«Era una spia», continua il depistaggio su Regeni

Ancora bugie sul 28enne. E le autorità egiziane insistono a negare ogni responsabilità

Matteo Basile Giulio Regeni era una spia. No, era un militante anti governativo. Anzi, era un sovversivo. Voci, dubbi, mezze frasi, sospetti se non autentiche balle montate ad arte che altro non fanno che allontanare ogni giorno un po' di più dalla verità. Perché ogni giorno che passa spuntano nuove congetture sugli ultimi mesi di vita del ricercatore friulano ucciso in Egitto. Sembra chiaro che c'è chi non ha alcun interesse a sollevare un polverone ma conta di liquidare la questione a un secondario fatto di cronaca.Succede così che le indagini del pool investigativo italiano al Cario, al quale potrebbe presto aggiungersi un nuovo esperto portando ad 8 gli uomini sul campo, si scontri con testimonianze poco attendibili ed illazioni assortite. L'ultima è quella che vede Regeni al soldo di un agenzia di intelligence straniera. Il tutto perché il ragazzo in passato ebbe un contratto di consulenza con il think tank britannico Oxford Analytica, sospettato di avere legami con i servizi segreti. Se l'agenzia respinge l'ipotesi, la famiglia affida a un comunicato la propria rabbia smentendo «categoricamente ed inequivocabilmente che Giulio sia stato un agente o un collaboratore di qualsiasi servizio segreto, italiano o straniero» aggiungendo sdegno per chi vuole «offendere la memoria di un giovane universitario che aveva fatto della ricerca sul campo una legittima ambizione di studio e di vita». La realtà emersa finora invece, racconta di un giovane preparato e attento, che parlava correntemente l'inglese e piuttosto bene l'arabo, senza filtri nel raccontare la realtà che si trovava di fronte, forse «troppo puro» e quindi poco prudente, come dimostra l'ultimo report inviato alla sua professoressa dell'università di Cambridge. Giulio era quasi maniacale nell'appuntarsi numeri e contatti sul cellulare e sul pc. Se il telefonino è sparito, il suo computer è sotto attenta osservazione. Proprio lì, tra nomi e dettagli del mondo sindacale egiziano su cui lavorava, si nasconderebbe il perché della sua tragica fine. O almeno parte dei perché. Le autorità egiziane infatti continuano a sostenere tesi al limite del credibile, sostenendo che mai nessuno tra le forze dell'ordine abbia fermato o arrestato Regeni, mentre ciò che si sa sui dettagli della sua uccisione, dimostra il contrario. Torture brutali e prolungate, con tanto di dettagli macabri come orecchie mozzate, unghie strappate e scariche elettriche, sono proprie solo di squadre paramilitari che in Egitto non mancano, in quel sottobosco nascosto fatto di violenze e totale assenza di libertà civili. Una realtà denunciata, da attivisti e blogger egiziani e prontamente smentita da fonti ufficiali del Cairo. Ed è in questo clima che gli investigatori italiani vanno alla ricerca della verità con un'apparente collaborazione, molto sbandierata, con la polizia egiziana. Ieri sono stati ascoltati due nuovi testimoni, inquilini del palazzo dove Regeni abitava mentre il mondo accademico e la fitta rete di conoscenze di Giulio si mobilita per chiedere giustizia. Ed è proprio su questa mobilitazione che famiglia e amici puntano per non far cadere l'oblio sulla vicenda.