Errori e fondi last minute: tutti i misteri della serrata

Gli elementi che non tornano dietro la chiusura del monumento romano servono a giustificare la «soluzione» lampo del governo

Roma Colosseo chiuso, turisti in coda, indignazione (quasi) unanime e governo che chiude il caso con un provvedimento espresso. A leggerla così come ci è stata rappresentata, la giornata di venerdì potrebbe paradossalmente passare come esempio di fulgida efficienza della macchina pubblica italiana, capace di correggere i propri difetti in tempo reale. A guardarla in controluce però, si capisce che è soprattutto un renzianissimo capolavoro mediatico. Un trucco di scena capace di avvolgere i fatti veri in una nebbia misteriosa. Che copre tanti interrogativi.

Renzi e Franceschini sono apparsi trionfanti per la prontezza con cui il Consiglio dei ministri ha approvato una norma, evidentemente era già allo studio, diventata un perfetto deus ex machina per coprire tante magagne. La più grossa: neppure con la nuova norma che classifica i musei come servizi pubblici essenziali, il pasticcio di ieri al Colosseo sarebbe stato evitato. La legge in questione prevede la precettazione per gli scioperi, non per assemblee autorizzate. È vero che d'ora in avanti i sindacati dovranno chiedere l'autorizzazione non più al soprintendente, ma al Garante degli scioperi, il quale potrebbe rifiutare e far scattare la precettazione se l'assemblea è convocata ad esempio in momenti di afflusso straordinario di visitatori. Dunque non in questo caso. Del resto, basta aver vissuto a Roma negli ultimi anni per capire che ad esempio nei trasporti l'inquadramento come servizio pubblico essenziale non è servito a evitare scioperi bianchi, assemblee, malattie di massa. Ma Renzi così ha colto i classici due piccioni con un provvedimento: ha inferto un duro colpo d'immagine ai sindacati ed è apparso reattivo, pur senza risolvere nulla.

I lavoratori del Colosseo e delle altre aree archeologiche sono indifendibili, per il modo in cui hanno messo in atto la propria protesta: due assemblee in pochi mesi anziché uno sciopero che avrebbe inciso sul loro portafogli. Eppure il ministro Franceschini dovrebbe chiarire altri aspetti della vicenda. A partire dalla decisione, maturata alla chetichella, di pagare finalmente gli arretrati ai dipendenti delle soprintendenze, fornendo così a chi protestava un bell'assist. E Claudio Meloni, coordinatore Cgil al Mibact, non se l'è fatto sfuggire: «Ieri (venerdì, ndr ), in singolare coincidenza con l'assemblea sindacale in alcuni siti, è arrivato lo sblocco dei fondi per pagare i salari accessori. Evidentemente la mobilitazione è servita, a prescindere da quanto accaduto al Colosseo». Ma non è tutto: perché il ministro non ha indagato su chi non ha predisposto sufficienti informazioni ai turisti, visto che l'assemblea era annunciata. E ancora: chi ha appeso al Colosseo un cartello con l'erronea indicazione in inglese dell'orario di riapertura (11 pm, cioè le 23, anziché 11 am)?

Interrogativi destinati a restare senza risposta. Proprio come la domanda di finanziamenti per i beni culturali a Roma. Secondo Federculture, dietro i proclami del Comune, c'è un taglio dei fondi scesi a 56 euro per abitante contro, ad esempio, i 183 euro di Firenze. Solo Napoli investe meno.