Essebsi, 87enne ex uomo del vecchio regime, è un laico. Ma per molti non è un cambiamento

Nel Sud della Tunisia, nella città di Hamma, ci sono state proteste ieri. La polizia è intervenuta con i lacrimogeni per disperdere gruppi di giovani. Hanno bruciato copertoni, al grido di «No all'ex regime». Hanno protestato dopo che Beji Caid Essebsi, nuovo presidente tunisino, ha dichiarato di essere il vincitore del secondo turno elettorale. Ha ottenuto il 55,68 per cento dei voti, secondo la Commissione elettorale nazionale. Oltre il 60 per cento della popolazione è andato alle urne al ballottaggio.

Il nuovo presidente tunisino è un avvocato di 88 anni che ha servito sotto i due precedenti regimi autoritari: è stato ministro dell'Interno di Habib Bourguiba, e presidente del Parlamento sotto Zine El Abidine Ben Ali, dittatore deposto dalla rivoluzione del 2011. È stato però considerato abbastanza neutrale da poter essere nominato, immediatamente dopo le manifestazioni di piazza, premier ad interim fino alle elezioni per la formazione dell'Assemblea costituente, quell'autunno. In quattro anni, la Tunisia ha raggiunto mete sconosciute ad altri Paesi della regione toccati da rivolte popolari: è stata scritta e adottata una Costituzione, ci sono state elezioni parlamentari e presidenziali, diversi partiti si sono avvicendati al potere.

Per i suo detrattori, il nuovo presidente è il simbolo di un ritorno al passato. Alcuni osservatori sono spaventati dalla rapida ascesa del suo partito, Nidaa Tounes, e dal fatto che ora controlli sia il Parlamento - 86 dei 217 seggi - sia il Palazzo presidenziale. Il movimento, che raccoglie nuovi politici ma diverse figure legate all'ex regime, si è presentato come un'alternativa laica alla forza degli islamisti di Ennahda, vincitori delle prime elezioni libere dopo la rivoluzione. Il gruppo del leader Rached Ghannouchi non ha presentato un candidato al voto di domenica, ma ha sostenuto il presidente uscente, Moncef Marzouki, ex attivista politico a lungo in esilio prima delle manifestazioni del 2011, un laico che negli anni della transizione si è alleato politicamente con gli islamisti moderati. Dal 2011 a oggi, gli islamisti sono stati al centro di diverse crisi, accusati di non saper gestire il processo di democratizzazione del Paese, una situazione economica difficile, d'aver chiuso un occhio davanti al risorgere di spinte violente di gruppi salafiti. Per questo, nei lunghi mesi della transizione, Ennahda è sceso a compromessi e ha ceduto spazi politici ad altre forze nazionali.

Il nuovo presidente Essebsi ha incentrato la sua campagna sul «prestigio dello Stato», sottolineando il suo legame con Habib Bourguiba, considerato padre fondatore del Paese. Ha insistito sull'opposizione al governo islamista, presentandosi come unica alternativa, ricordando ai tunisini l'eredità laica del primo presidente. «Quello che ci separa da queste persone - ha ripetuto riferendosi ai partiti religiosi - sono quattordici secoli di storia». Non mancano nel Paese le paure che il voto possa aver creato una polarizzazione politica, rafforzata da una campagna elettorale pungente, concretizzatasi negli scontri di ieri. Il nuovo leader ha cercato subito di tendere una mano a un'opposizione islamista che, seppur sconfitta, è destinata a restare parte integrante della politica locale. Questa «è una vittoria per i martiri della Tunisia», ha detto parlando dei morti nelle manifestazioni del 2011. E ha dichiarato di voler costruire per il Paese una politica che includa tutti.