Euro troppo forte, Draghi tiene in vita il Qe

Francoforte «preoccupata». La politica monetaria non cambia fino all'autunno

Legittima preoccupazione, oppure comodo alibi prêt-à-porter con cui giustificare l'atteggiamento attendista, quel voler differire il momento in cui ai piani alti della Bce dovrà essere affrontato il tema - spinosissimo - del tapering, ovvero il rientro graduale dal piano di acquisti da 2.300 miliardi? Resi noti ieri, i verbali della riunione dello scorso luglio non aiutano a sciogliere il dubbio. Lì, in quelle carte, il ruolino di marcia dell'Eurotower è però già messo nero su bianco: di ritirata dal quantitative easing non si comincerà a parlare prima dell'autunno. E il motivo è presto spiegato: «emergono preoccupazioni sul rischio di un eccessivo aumento dei tassi di cambio in futuro», si legge nelle minute. L'euro muscolare è in effetti un doppio veleno: impatta, attraverso un prevedibile indebolimento dell'export, sulla crescita economica; e,inoltre, ha un potenziale deflattivo. Due rischi che l'eurozona non può permettersi. Seppur più forte del previsto, la ripresa resta disomogenea (il Pil è cresciuto in media annua nel secondo trimestre del 2,2%, ma l'Italia è per esempio attestata a un +1,5%) e l'inflazione (stabile in luglio all'1,3%) non soddisfa ancora il parametro del 2% fissato dalla banca centrale. Insomma, le condizioni attuali suggeriscono di mantenere le misure d'emergenza varate dopo il «whatever it takes» pronunciato da Mario Draghi a difesa dell'euro. Logico, quindi, il punto di convergenza trovato il mese scorso dai governatori della Bce sulla necessità di rinviare «all'autunno» ogni possibile modifica della comunicazione sulla politica monetaria.

Fin qui, tutto chiaro. Eppure, dai verbali affiorano anche altre motivazioni che hanno portato al possibile differimento autunnale della correzione di rotta della politica monetaria. «È stato generalmente giudicato di primaria importanza - spiegano le minute - , a questo punto, evitare di mandare segnali che possano essere soggetti a interpretazioni eccessive e possano rivelarsi prematuri». Ovvero, impedire reazioni incontrollate da parte dei mercati. Nessuno ha dimenticato l'infausto precedente del 2013, quando la Federal Reserve aveva comunicato in modo avventato la possibile rottamazione del Qe; e la Bce, soprattutto, ha ben presente cosa è accaduto nel giugno scorso quando le parole di Draghi, durante un discorso a Sintra, vennero malamente interpretate come il segnale di via libera del tapering. La prudenza è dunque comprensibile. Lo è meno, invece, l'intenzione manifestata dall'ex governatore di Bankitalia attraverso il suo portavoce di non toccare il tasto della politica monetaria al simposio fra i banchieri centrali di fine mese, a Jackson Hole.

Eppure, proprio i mercati consideravano l'appuntamento nel Wyoming come l'occasione per far piena luce sulle prossime mosse dell'istituto di Francoforte. Per quanto i verbali di ieri siano chiari, le parole di Draghi ne avrebbero rafforzato il significato e, forse, potevano contribuire a raffreddare il rapporto di cambio tra euro e dollaro, sceso ieri a quota 1,1661 ma poi risalito a 1,1735. Cautela eccessiva, quella del banchiere italiano? Può darsi, se il suo silenzio si rivelerà un boomerang. Anche perchè c'è chi comincia a pensare che il differimento del tapering non sia strettamente legato alle insidie portate dal mercato valutario, ma piuttosto alle difficoltà nel rinfoderare il bazooka monetario. Con gli acquisti effettuati nell'ultimo biennio, la Bce ha d'altronde in mano il 40% del Pil dell'eurozona e il 15% dei bond societari. E solo nel 2016 ha assorbito il 30% delle emissioni italiane di debito pubblico, arrivando a detenere titoli di Stato per 274 miliardi. Anche solo la decisione di rallentare, dagli attuali 60 a 40 miliardi, lo shopping mensile non sarebbe indolore per il nostro Tesoro: i rendimenti salirebbero dell'1%, con un aggravio sulla spesa per interessi di cinque miliardi. Insomma: fermare - senza fare danni - la giostra del Qe sarà tutt'altro che facile.

Commenti
Ritratto di filatelico

filatelico

Ven, 18/08/2017 - 11:08

Comprare titoli italiani CONVIENE !!! Che interesse danno i Bund ??? 0,.....!!! I BTP circa il 2!!! SVEGLIA !!!

curatola

Ven, 18/08/2017 - 17:01

nessun sano di mente acquista i titoli italiani ovvero la carta straccia qualunque sia l'interesse offerto. Un bilancio come il nostro che va sistematicamente in rosso pur avendo tasse da capogiro e la perfida abitudine di fare spesa pubblica a debito tengono lontano chiunque. Speriamo di sopravvivere sulla scia delle altre economie,quelle sane e forti delle quali siamo a traino.

Ritratto di Henry.Kissinger

Henry.Kissinger

Ven, 18/08/2017 - 23:24

Draghi è un grande Italiano. Troppo spesso offeso da ignoranti decerebrati. Se. In fosse per lui la Germania la farebbe da padrone 10 volte più di quanto già non fa! W Draghi!

Ritratto di filatelico

filatelico

Sab, 19/08/2017 - 06:00

Nel 1998 la Banca d'Italia aveva investito nel famoso fondo dei Premi Nobel che andò in default !!! Il bilancio italiano è in avanzo primario da decenni e va in deficit per il servizio del debito. I catastrofisti sbagliano le previsioni come con la brexit in cui GB sarebbero stata ridotta alla fame e invece è uno dei paesi europei più in salute.

Ritratto di franco-a-trier_DE

franco-a-trier_DE

Sab, 19/08/2017 - 06:08

curatola vorrai dire quella tedesca..