Expo? Tutto in ritardo A partire dalla sicurezza

Telecamere che non sorvegliano, guardiani che non vigilano Chiunque può girare indisturbato nei padiglioni ancora da finire

Quando avevo provato ad entrare per la prima volta, nel sito di Expo, la sorveglianza era serrata. Guardie ad ogni ingresso, varchi presidiati, vigilanza persino all'entrata e all'uscita dei camion. Due settimane dopo, mancano sette giorni all'inizio dell'Esposizione Universale. Ci riprovo, per vedere se è cambiato qualcosa.

Esco dalla fermata del passante ferroviario e vedo un operaio con caschetto e giubbotto catarifrangente infilarsi in un varco tra le transenne del cantiere. Lo seguo. Sono dentro. Entrato nel sito di Expo senza che nessuno mi abbia chiesto niente. Semplicemente cammino. Vedo due macchine della vigilanza, vuote, parcheggiate lì vicino. Nessuno fa caso a me. Imbocco la passerella che porta sopra alla ferrovia: non c'è anima viva. A destra si torna verso la Fiera, andando dritto si accede ai padiglioni. Proseguo verso il cuore del cantiere. Ci sono telecamere ogni 5 metri, da un momento all'altro mi aspetto di sentire una voce dagli altoparlanti che mi intimi «l'alt-chi è lei?-cosa ci fa qui?». Tutto tace.

Esco all'aperto, appena oltre i tornelli per il pubblico. Proseguo verso il padiglione zero, la porta d'ingresso dell'Expo. Dappertutto plotoni di operai, tecnici, giardinieri. Io sono in «borghese», l'assenza di in qualunque giubbetto mi pare vistosa. Sembro un turista, ma nessuno sembra preoccuparsene. Faccio un giro tra ruspe e gru, provo ad abbandonare il mio zaino in un angolo. Mi allontano. Dentro potrei averci messo del tritolo, nessuno se ne sarebbe accorto.

Qua e là ci sono diversi membri della vigilanza, armati e non, tutti in divisa. Chiedo un'indicazione a uno dei portieri, che mi risponde con la massima cortesia. Prego, per di là.

Mi addentro tra i padiglioni, occhieggio all'interno degli edifici. Non sono un ingegnere, ma i lavori mi sembrano in alto mare. Nemmeno gli ambienti che si affacciano sull'ingresso principale sono arredati: mancano ancora le porte e le finiture, i camion ingombrano i viali d'accesso. Nella stazione della metropolitana, all'ufficio degli oggetti smarriti non c'è nemmeno il bancone, ci sono appena le pareti.

Ad un tratto mi si scarica il telefono, ma trovare una presa elettrica qui sembra un'impresa ardua. Mi aspettavo di trovare bar e ristoranti già indaffarati a far rifornimento di frutta fresca, ma ora mi accorgo che si tratta di fantascienza.

Entro nello stand di una banca ancora in costruzione, saluto gli uomini che stanno montando i bancomat. Mi fermo 10 minuti, nessuno mi chiede niente.

Decido di dirigermi verso il padiglione Italia per dare un'occhiata. A questo punto, dopo oltre mezz'ora che mi trovo all'interno del cantiere, si avvicina un operaio che mi chiede da dove sia entrato. Mi invento una scusa, ma vengo accompagnato all'uscita. Il tutto senza che la vigilanza venga avvertita, senza che nessuno prenda nota delle mie generalità, senza che nessuno chiarisca i motivi per cui questo sconosciuto si trovi dove non dovrebbe trovarsi.

Più tardi riprovo ad entrare, ma questa volta la vigilanza è più efficiente. Eppure, mentre mi allontano, non posso fare a meno di domandarmi: ma se dentro a quello zainetto avessi lasciato una bomba, chi lo avrebbe impedito? All'indomani della strage del tribunale di Milano, chi chiedeva maggiori garanzie sulla sicurezza venne accusato di «polemiche strumentali». Ad Expo, per fortuna, di malintenzionati non ne sono ancora entrati.