Fa l'evasore da mezzo secolo Gli sequestrano 110 milioni

Imprenditore nei guai: la Finanza ricostruisce le sue operazioni fittizie dagli anni '50 per «risparmiare» in Svizzera. Congelate tutte le azioni

Tutto nasce da un controllo che ricorda da vicino i parametri istituiti col famigerato redditometro. In poche parole, i finanzieri appurano che non c'è proporzione tra i redditi dichiarati da questo imprenditore residente a Lanzo Torinese, comune di 5.000 anime, 30 chilometri a Nord di Torino, e le disponibilità economiche e patrimoniali accumulate. La deduzione messa nera su bianco sulla richiesta di sequestro delle azioni firmata dai pm Alberto Perduca e Roberto Furlan è che questo tesoretto sia il frutto di 60 anni di evasione.Tenendo stretto il filo di Arianna del piano diabolico di questo imprenditore attivo nel settore delle opere private, la Gdf è risalita fino agli albori del business, avviato quando ancora gli affari si concludevano con una stretta di mano e le ricevute venivano scritte a penna sulla carta usata per avvolgere pane e formaggio. Difficile avere delle evidenze informatiche sulla contabilità di allora, quando le regole del dare e avere non rappresentavano una grande preoccupazione per un'Italia che stava per ripartire alla grande, forse anche per questa disinvoltura poco legale ma parecchio efficace. Ma è dalle ultime operazioni, più complicate e impossibili da portare a termine senza lasciare tracce digitali, che la Finanza ha raccolto materiale per sostenere davanti al giudice l'accusa di evasione fiscale sistematica e milionaria. E per ottenere il sequestro di 110 milioni di titoli azionari dal tribunale di Torino, preoccupato che altrimenti quel capitale, frutto, dice l'accusa, di deliberata truffa al fisco, potesse essere nel frattempo fatto sparire.La tecnica usata non sembra poi una grande novità: portare i soldi in Svizzera. Già, ma mica con i soliti spalloni, anche se nello scorso millennio probabilmente tutto è cominciato riempiendo il bagagliaio dell'auto di banconote da centomila lire, visto che di tagli maggiore non ce n'erano, e aprendo i primi conti nel Canton Ticino. Ma con l'evolversi della finanza, e grazie anche al successo del business dell'impresa, l'imprenditore ha travestito l'evasione milionaria con diverse operazioni di ingegneria finanziaria. Secondo la Gdf attraverso un sistema di fusioni societarie e con la complicità di ben retribuiti prestanome, avrebbe trasferito decine di miliardi di lire a una società svizzera che in realtà altro non era che un contenitore di denaro che aveva come riferimento lo stesso imprenditore.Nel corso dei decenni sarebbero stati disposti diversi piccoli trasferimenti, ma il big bang della fusione decisiva risalirebbe al 1987, quando Giovanni Goria, il Renzi dell'epoca, divenne presidente del Consiglio (erano gli anni del Pentapartito). È qui che i finanzieri torinesi hanno dimostrato un'abilità e una pazienza degne dei più celebrati investigatori americani resi celebri dalla serie «Cold case». Hanno setacciato visure camerali, radiografato le società fiduciarie costituite per schermare il vero intestatario, spulciato tra vecchi estratti conto bancari fino ad arrivare a polverosi fascicoli custoditi negli archivi notarili. Alla fine, calcolatrice alla mano, hanno convinto il tribunale a disporre il sequestro di tutti quei milioni che non potevano certo essere giustificati dalle misere denunce dei redditi presentate dal soggetto nel corso degli anni.Certo, anche l'imprenditore ha qualche buona cartuccia da sparare e quando ci sarà il processo probabilmente ci sarà da discutere su alcune cosette mica di poco conto. A cominciare da quello scudo fiscale che, legge alla mano, lui ha usato per fare rientrare legalmente in Italia tutto ciò che aveva precedentemente trasferito illegalmente nei forzieri delle banche svizzere. Operazioni effettuate in due occasioni, nel 2003 e nel 2009. Chissà se conta di più questo stratagemma considerato dall'imprenditore come una sorta di condono tombale, o se invece 60 anni di evasione sistematica appurati dal nucleo «Cold case» della guardia di finanza riusciranno a convincere il giudice che quando è troppo è troppo. Renzi e l'Europa attendono con ansia.