Quel faccia a faccia rivelatore: sconfitto in tribunale e dalla vita

Mentì sul tentativo di fuga in Bolivia: «Andavo a pesca...»

San Paolo «Non scapperò mai in Bolivia, volevo solo andare a pescare. Mi hanno teso un trappolone». Questo mi disse Cesare Battisti il 7 ottobre del 2017, quando passai un pomeriggio con lui. Ero andato a Cananeia, villaggio di pescatori celebre per le ostriche, perché mie fonti di intelligence mi avevano detto che lì si trovava l'ex membro dei Pac, i Proletari armati per il comunismo, condannato all'ergastolo per gli omicidi Santoro, Campagna, Sabbadin e Torregiani e non ad Embù das Artes, come invece suggeriva la sua ultima residenza ufficiale. Con il suo arresto a Santa Cruz di ieri ora sappiamo che Battisti mentiva perché la Bolivia, è evidente, era già nei suoi pensieri quando fu catturato al confine con 6mila euro e 1.300 dollari in tasca, un po' troppo per andare a pescare nel Paese andino. Con Battisti avevo già parlato a lungo il 28 novembre del 2015, quando presentò un suo libro in un centro sociale, il Mané Garrincha, proprio di fronte alla sede di San Paolo del PT, il partito dei lavoratori di Lula, il suo protettore oggi galeotto. Forse per le birre bevute nel 2015, quando lo intercettai a Cananeia poco più di un anno fa, accettò di parlarmi. Solo su questioni extragiudiziarie però, visto che fargli ammettere colpe era fiato sprecato men che meno entrare nel merito delle condanne in Italia, tutte confermate anche dalla Corte di Strasburgo e dalla giustizia francese durante la presidenza Chirac.

«Perché non torni in Italia, calcolando gli oltre 4 anni trascorsi in carcere in Brasile più gli sconti di pena per buona condotta...» gli chiesi provando ad addentrarmi nella questione della sua fuga infinita, ma lui mi interruppe subito, allargando le braccia. «In Italia non torno, non ho mai ucciso», disse, ammettendo sì la partecipazione alla lotta armata ma «era un altro mondo». Come la «pesca boliviana» anche la sua ennesima dichiarazione di innocenza era una bugia ma una cosa mi fu chiara e, l'arresto in stato confusionale, forse ubriaco di ieri lo conferma: Battisti era un uomo sconfitto dalla vita più ancora che dalle condanne nei tribunali.

Gli amici con cui trascorreva le giornate a Cananeia non erano più gli intellettuali di Parigi né i tanti politici in auge durante la presidenza Lula caduti in disgrazia o finiti in carcere per corruzione, ma squattrinati frequentatori di bar amanti di birra, proprio come lui. E che la fine degli appoggi, oltre che politici anche economici, fosse un problema anzi «il» problema lo ammise lui stesso. «Oggi posso contare solo su i diritti d'autore dei miei romanzi - mi disse - Ho un figlio da crescere, devo pagare gli alimenti alla mia ex moglie e ho così pochi soldi che ho persino cancellato la mia assicurazione medica privata, troppo cara, e mi affido al Sus, il servizio sanitario statale». «Non torno e sono stanco» chiuse così quell'incontro, chiarendo che a Cananeia si trovava «molto bene». Gli occhi lo tradirono per un attimo facendo capire che forse mentiva ancora una volta, questa volta più a se stesso che al suo occasionale interlocutore.PM