"Da Facebook i dati a chi fa smartphone"

Il «New York Times»: accordi con 60 produttori di telefonini come Apple e Samsung

Facebook oscurato per un mese in Papua Nuova Guinea per caccia a pornografia e fake news

Manuela Gatti

Sul banco degli imputati c'è sempre lui, Facebook. Accanto, questa volta, ci sono 60 produttori di smartphone, da Apple a Samsung, da BlackBerry a Microsoft. Big del settore con cui il social network è accusato di aver condiviso i dati personali degli iscritti, dei loro amici e degli amici degli amici. La piattaforma ha replicato spiegando che l'accesso alle informazioni era un'operazione controllata e necessaria.

Il caso è stato portato alla luce da un'inchiesta del New York Times. Il quotidiano statunitense ha ricostruito come, a partire da una decina di anni fa, Facebook abbia cominciato a rilasciare le cosiddette Api - interfacce grafiche che sviluppatori e programmatori terzi utilizzano per replicare le funzionalità di programmi, applicazioni e piattaforme di vario genere - in modo che i vari sistemi operativi potessero riprodurre le funzioni del social network, dai «mi piace» alla messaggistica. A quell'epoca, che sembra ormai lontana anni luce, non esistevano infatti gli app store, le piattaforme da cui scarichiamo le applicazioni da installare sul nostro cellulare, compresa quella di Facebook, e quindi ogni produttore si arrangiava come poteva sviluppando sistemi simili.

Per farli funzionare, però, bisognava aver accesso alle informazioni che il proprietario del dispositivo aveva affidato a Facebook. Secondo il New York Times, in questo modo le 60 società in questione sarebbero entrate in possesso di dati sensibili come la situazione sentimentale, l'orientamento religioso e politico, gli eventi a cui l'utente aveva partecipato. Ma non solo: avrebbero avuto accesso anche ai dati degli amici - anche di quelli che non avevano dato il consenso alla condivisione delle informazioni con terze parti - e degli amici «di secondo grado». BlackBerry, ad esempio, aveva accesso a 50 tipi di dati personali e a partire da un dispositivo riusciva a ottenere informazioni su quasi 295mila utenti. Sempre secondo l'inchiesta, alcune delle compagnie avrebbero conservato questi dati sui propri server. Tutto questo sarebbe in contrasto con quanto previsto da un accordo del 2011 stipulato con la Commissione federale per il commercio Usa, che sta indagando sulla questione. La pratica, tuttavia, è ormai agli sgoccioli, essendo oggi disponibile un'app di Facebook per ogni sistema operativo, tanto che la piattaforma ha già dismesso 22 delle 60 partnership. Quella con Apple, ad esempio, si è conclusa a settembre.

Il caso è diverso dagli scandali che hanno tenuto banco negli scorsi mesi, a partire da Cambridge Analytica. Lì si trattava di sviluppatori che avevano costruito applicazioni direttamente sulla piattaforma di Mark Zuckerberg e avevano sottratto così i dati personali degli iscritti. Qui le parti in causa sono diverse, e proprio su questo punta la difesa del social network. «Siamo stati d'accordo con la maggior parte delle preoccupazioni sollevate finora su privacy e trattamento dei dati, ma in questo caso dissentiamo», è intervenuto uno dei vice presidenti di Facebook, Ime Archibong. La differenza, spiega, è che i produttori non sono considerati terze parti ma «service provider», e quindi legittimati ad avere accesso ad alcune informazioni personali. «Questi partner hanno firmato degli accordi che impedivano l'uso di tali informazioni per qualsiasi altro scopo che non fosse ricreare l'esperienza Facebook - continua Archibong - I partner non potevano integrare le funzioni Facebook di un utente con i loro dispositivi senza il permesso da parte dello stesso e senza l'approvazione dei nostri team dedicati. E, diversamente da quanto sostenuto nell'inchiesta, le informazioni degli amici erano solo accessibili sui dispositivi quando gli utenti decidevano di condividere i loro dati con quegli amici». Facebook, dunque, non smentisce, ma spiega che era tutto sotto controllo. E che se ci sono stati abusi da parte delle aziende loro «non ne erano a conoscenza».