Falsa sentenza per aiutare Pisapia: giudice condannato

Due anni al magistrato del Tar che salvò la giunta di Milano manipolando il verdetto su Sea

Luca Fazzo

Milano È stato condannato a due anni di carcere il giudice che falsificò una sentenza per dare una mano al Comune di Milano. Adriano Leo, all'epoca presidente della terza sezione del Tar della Lombardia, si rese protagonista di un episodio pressoché inedito nella storia giudiziaria del paese: si presentò in camera di consiglio con una sentenza già scritta, litigò con i suoi giudici a latere che erano di tutt'altra idea, venne messo in minoranza. E poi, come se nulla fosse, depositò una sentenza diversa da quella che era stata decisa nella camera di consiglio.

Al centro della vicenda che ieri ha portato alla condanna di Leo c'è una delle peggiori rogne che la giunta di Giuliano Pisapia abbia dovuto affrontare nei suoi 5 anni di vita: il dissesto di Sea Handling, la società che gestisce la logistica negli aeroporti milanesi. Il fallimento di Sea Handling avrebbe avuto conseguenze devastanti sull'efficienza di Linate e Malpensa e soprattutto sull'occupazione. La giunta comunale per tenerla a galla pensò bene di iniettare nella Sea una valanga di quattrini, 360 milioni di euro. Peccato che fosse un aiuto pubblico a un soggetto privato, vietato dalle norme europee sulla concorrenza. L'Unione ordinò al governo italiano di annullare l'operazione, e il governo ordinò al Comune di Milano di farsi restituire i soldi da Sea, scatenando il panico a Palazzo Marino.

Fu a quel punto che partì il ricorso al Tar firmato dall'avvocatura comunale, e iniziò il valzer che il pm Roberto Pellicano ha descritto senza eufemismi nella requisitoria che ha portato alla condanna di Leo per falso ideologico. «Il giudice del Tar che si presenta in una camera di consiglio che deve discutere un ricorso assai delicato è un giudice che si era distinto per non avere mai apportato alcun contributo all'elaborazione delle decisioni in sede collegiale (...) I giudici a latere si accorgono subito che quel provvedimento, letto da Leo non è farina del suo sacco, non è scritto da lui».

«I due giudici non sono d' accordo con la decisione che Leo propone in primis perché è sbagliata ma anche perché sono consapevoli dell'anomalia di questo giudice che arriva col provvedimento già fatto su un tema per lui inavvicinabile. Sono consapevoli che sta facendo entrare in camera di consiglio un interesse di parte».

La domanda è: chi aveva convinto Leo a portare con se quella sentenza, che bocciava il provvedimento dell'Unione Europea, andando platealmente al di là delle competenze del Tar? Per Pellicano, il processo ha dimostrato che Leo agì «per favorire il ricorrente, cioè il Comune di Milano». E ha ricordato come l'avvocato del Comune avesse avvicinato nel cortile del Tar un altro giudice manifestandogli «l'enorme preoccupazione del Comune in ordine alla ipotesi che il ricorso non fosse accolto». Sarebbe interessante capire chi diede mandato ai funzionari dell'avvocatura comunale di fare pressioni sul Tar, e soprattutto scoprire chi fu il vero autore della sentenza preconfezionata. Invece ci va di mezzo il solo Leo, aggrappato alla impervia linea difensiva del «lapsus». E il Comune? «Se ci sono elementi di rilevanza penale il Comune sarà parte lesa», aveva detto Pisapia. Ma in aula non si sono fatti vedere.