La famiglia del ragazzo ucciso: "Marco non si era mai pentito"

Il ministro Orlando chiede una relazione al Dap

«La morte di Marco Prato è una tragedia nella tragedia e mi riferisco al povero Luca e ai suoi genitori. Non penso che Prato si sia tolto la vita per rimorso e pentimento. Da quel punto di vista né lui né Manuel Foffo si sono comportati bene con i genitori di Luca». Così l'avvocato Alessandro Cassiani, legale di parte civile della famiglia di Luca Varani. «Credo piuttosto che alla base del suicidio ci siano più fattori: fermo restando che il carcere era l'unica strada che lui e Manuel Foffo hanno meritato per la gravità del fatto loro attribuito, ritengo che abbiano pesato su Prato la lunga detenzione, l'estenuante attesa del processo che ha dovuto subire due rinvii per lo sciopero degli avvocati quando si sarebbe potuto chiudere in fretta optando per il rito abbreviato, come ha fatto l'altro imputato, e soprattutto il fatto che in udienza avrebbe deposto, su citazione della Procura, lo stesso Foffo, che avrebbe scaricato sull'ex amico ogni responsabilità», ha spiegato.

Intanto in ministro della Giustizia Andrea Orlando da New York, saputo del suicidio di Prato, ha chiesto un rapporto dettagliato al Dap per verificare il rispetto del protocollo di prevenzione dei suicidi. Per evitare che anche il complice di Prato, Manuel Foffo, possa compiere un gesto insano è stato disposto un controllo a vista sul detenuto 24 ore su 24.

«Per mesi ho mandato fax e fatto istanze per segnalare il rischio suicidio - sottolinea Michele Andreano, ex difensore di Manuel Foffo -. La tragica fine di Prato riapre la questione del controllo che alcuni detenuti devono necessariamente avere all'interno delle carceri».

«Attualmente Foffo è detenuto a Rebibbia in una struttura sorvegliata - prosegue l'avvocato Andreano -. Per Prato non so quale fosse il regime cui era sottoposto ma i controlli sono assolutamente necessari». E sul punto anche il ministro Orlando attende risposte precise.