A febbraio 2014 uno strano furto a casa del super manager Incalza che aspetta un mese e mezzo per sporgere denuncia e con la figlia commenta: «Abbiamo capito chi sono... Io sospetto gente...»

Patricia Tagliaferri

RomaC'è anche un uomo del «tortello magico» di Bersani tra gli indagati dell'inchiesta «Sistema» della procura di Firenze. È «solo» un ex consigliere regionale dell'Emilia Romagna, ma non uno qualunque. Si tratta di Valdimiro Fiammenghi, detto Miro. Nome poco noto, ma tra i più vicini all'ex segretario. Talmente fedele a Bersani da essere indicato, nel 2013 come «regista» dello sgambetto a Renzi, quando il futuro premier venne «bocciato» come grande elettore dal Gruppo regionale del Pd toscano per due voti. E in una sorta di contrappasso adesso Miro, indicato come uno dei componenti del più stretto cerchio magico bersaniano insieme a Vasco Errani, Enrico Letta e Maurizio Migliavacca, è costretto a rinunciare al suo basso profilo per guai giudiziari proprio a Firenze. Indagati con lui per concorso in induzione indebita a dare o promettere utilità altri due nomi noti del Pd in Emilia Romagna: Graziano Patuzzi (già presidente della Provincia di Modena) e l'ex assessore emiliano ai Trasporti Alfredo Peri. La questione, scrive il gip, riguarda la presunta «promessa di dazione dell'incarico di direzione dei lavori» al solito Perotti da parte di Autostrada Cispadana Spa, la società (presieduta da Patuzzi) che dovrebbe costruire l'autostrada Reggiolo-Ferrara. Secondo la procura, Incalza avrebbe assicurato un percorso netto per la «grande opera» in cambio dell'incarico a Perotti. Il bersaniano di ferro Fiammenghi, però, si è chiamato fuori, precisando di «non avere mai avuto modo di occuparsi della gara contestata».

Insomma, l'inchiesta fiorentina riserva spiacevoli sorprese alla patria delle Coop che lavorano alacremente alle «grandi opere». E forse non è un caso che Perotti, romano e residente a Firenze, abbia scelto tra le sedi della sua Spm proprio Ravenna.

I compagni «non immuni»

Parlando con l'ex capo di Italferr Giulio Burchi (indagato) dell'arresto del responsabile unico del Padiglione Italia dell'Expo di Milano, Antonio Acerbo (indagato anche nell'inchiesta fiorentina), l'ex direttore di Metropolitana Milanese Pino Cozza spiega che Acerbo faceva lavorare il figlio con incarichi «mimetizzati». Cozza si chiede se Acerbo «lo faceva anche con la Lega delle Cooperative», e Burchi conferma. «Sì, era amicissimo con la Cooperativa di Modena, lui Acerbo era culo e camicia, te lo dico io, non erano immuni i compagni. Lui ci sapeva fare, il vecchietto, sai (...) su alcuni prezzi base o su quelle cose lì, eh! eh! eh, sapeva dove... no?».

Il «freddo ai piedi» di Lupi

E restando agli arresti per l'Expo, quando nel marzo 2014 a Milano viene ammanettato l'ex dg di Infrastrutture Lombarde spa Antonio Rognoni, il solito informatissimo Burchi si frega le mani. E annuncia così la notizia a un suo collaboratore: «Hanno arrestato Rognoni, quello dell'Expo e tutte quelle robe lì. A me stava sul cazzo perché sapevo che era un idiota...ah! non lo so me l'hanno detto adesso da Milano, c'è tutta Milano in subbuglio. Se hanno arrestato Rognoni ce n'è per tutti e arrivano fino ai piedi di Lupi...amico mio...Infrastrutture Lombarde e tutto quello che c'era dietro». E poco dopo ribadisce il concetto con un dirigente Anas: «Un'ora fa hanno arrestato Rognoni, quello di Infrastrutture Lombarde (...) gli hanno arrestato l'Ad, speriamo che non abbia freddo ai piedi neanche lui....freddo ai piedi l'avrà il ministro perché era un uomo di stretta osservanza di Lupi questo, eh? Ma è Comunione e Liberazione, proprio Doc».

Lo strano furto da Incalza

C'è anche il giallo di uno strano furto in casa di Incalza. E la reazione del super manager, per il gip, la direbbe lunga sull'«ambiguità» sua e dei suoi rapporti, perché Incalza aspetta un mese e mezzo per sporgere denuncia e perché, parlando con la figlia Antonia, i due sembrano avere le idee chiare sui possibili mandanti. Il colpo risale al 3 febbraio 2014. La porta blindata dell'appartamento del supermanager viene forzata, ma solo una stanza messa a soqquadro. Antonia è perplessa: «Cercavano qualcosa - dice - perché sono stati solo in camera di mammma e solo lì. Io non vorrei che fosse... mah, mi sembra molto strano, però questi sono stati mandati eh!». E il padre: «Quindi abbiamo capito chi erano... chissà che cosa volevano cercare (...) prima lettere anonime, poi il furto...io sospetto gente...poi ti dico».

Sim sicura, prete suicida

La procura rimarca come l'ingegnere genovese Giorgio Mor (indagato) era solito contattare il cognato Perotti con una sim intestata a un sacerdore genovese, Giacomo Vigo. Il prete ad agosto scorso viene ritrovato suicida nel porto di Livorno. Ma la sua scheda telefonica viene ricaricata altre due volte dopo la sua morte.

Perotti ha paura dell'ex pm

Con Renzi a palazzo Chigi, gira voce che Lupi potrebbe perdere il posto, sostituito dall'allora sindaco di Bari ed ex pm d'assalto Michele Emiliano (ora candidato Pd alla presidenza della regione Puglia). Perotti confida alla moglie di non esserne affatto entusiasta: «Il rischio è questo Emiliano, che sarebbe un magistrato che è terribile». Ma Lupi resta al suo posto.

Madia: non c'è corruzione

Stamattina nel carcere di Regina Coeli si terrà l'interrogatorio di garanzia di Incalza. «Non ha nulla da nascondere - dicono gli avvocati Titta e Nicola Madia - risponderà alle domande del gip». Per i legali, che difendono da sempre il manager uscito indenne da 14 procedimenti (alcuni per prescrizione) l'inchiesta non reggerebbe. «È un processo di corruzione in cui manca la materia prima, cioè i soldi».