Una ferita che umilia la mia città. Era il sogno di costruire il futuro

Quell'opera fu simbolo dell'energia propulsiva del capoluogo che ora si sente umiliato

Una ferita dilaniante, uno strappo sanguinoso, una catastrofe inimmaginabile, un evento che mi lascia senza fiato mentre ne guardo le immagini: il crollo del ponte sul Polcevera, il colossale, monumentale ponte Morandi, a tre piloni e lungo un chilometro, che noi liguri conosciamo come la porta d'accesso a Genova da Ponente, appena passato l'aeroporto, e sul quale abbiamo transitato con le nostre auto centinaia di volte, non esiste più. Come per una magia crudele, ne vediamo ormai soltanto due tronconi sospesi nel nulla. Il cuore del ponte è precipitato, si è sfaldato, accartocciato in macerie, trascinando con sé le auto delle vittime di un destino terribile, che ha voluto che si trovassero lì nel momento del disastro. Il primo pensiero va a loro, vittime incolpevoli di una catastrofe non annunciata.

Pioveva forte a Genova, e si sa che cosa vuol dire la pioggia per la città, quanti danni ha fatto negli anni. Ma può la pioggia, o un fulmine, causare un cedimento strutturale di questa portata? Ed erano state ampiamente discusse negli ultimi tempi le condizioni del ponte Morandi, che aveva i suoi anni ed era già stato oggetto di preoccupazioni e lavori di rinsaldamento. Ma nessuno poteva immaginare un crollo come questo. Confesso che non riesco a togliermi dagli occhi quel buco, quel vuoto, quella assenza, pensando a quante volte ho guidato lì la mia automobile, venendo da Ponente, sulla corsia di destra per andare verso Milano e Livorno, sulla corsia di sinistra per uscire a Genova centro. Era come il biglietto da visita di Genova quella campata aerea su tre piloni giganteschi, un'opera prometeica, una sfida architettonica, una forma della volontà di potenza dell'uomo.

La città della Lanterna esaltava in quel ponte la sua energia propulsiva, di centro di industrie pesanti come è stata per decenni, di vera capitale marinara d'Italia. Se il primo pensiero pietoso va alle vittime, come è giusto, il secondo va proprio alla città, a questa Genova così mutilata, così percossa, così umiliata nel suo orgoglio. Non è come una alluvione, di quelle che ultimamente l'hanno così spesso messa in ginocchio. Questa ferita prende un terribile aspetto simbolico, non colpisce un quartiere, periferico o centrale che sia, colpisce una delle immagini più potenti e grandiose che collega la città al resto della sua regione e dell'Italia, la paralizza dall'alto, la mostra vulnerabile nel cemento e nell'acciaio, nei suoi punti di forza, nella sua ambizione di modernità.

Essere liguri, consci del declino della propria regione, vuol dire anche conservare la memoria di quanto Genova ha contato nel mondo, di quanto ha dato alla civiltà intera, da Colombo alla «tela di Genova», storpiata in «jeans», di quanto ha dato alla storia della democrazia nel nostro Paese. E oggi vedere precipitare e polverizzarsi il ponte sul Polcevera assume un significato angoscioso, terrorizzante. Come una certificazione shock di una decadenza inaccettabile. Oltre che simbolica, la ferita è infine esistenziale. Come faccio a non pensare che ancora pochi giorni fa transitavo tranquillo su quel ponte, che mio fratello, che vive a Sampierdarena, ci passa regolarmente per venire a trovare nostra madre a Porto Maurizio? Come non pensare all'angoscia di quell'autista che ha visto nello specchietto retrovisore del suo camion la nuvola di polvere del ponte che si disfaceva, o al trauma del conducente di quel mezzo che sta come in una allucinazione sospeso sul troncone del ponte, che è riuscito a frenare davanti all'abisso? E laggiù, tra i capannoni e le fabbriche dismesse, l'inferno delle macerie e della morte. Lo scrivo per i non liguri: nell'immaginario di un ligure, è come se fosse crollato il ponte di Brooklyn, o il Golden Gate di San Francisco. Per me, non è solo crollato un ponte. É crollato un sogno. Il sogno di una modernità fatta di sfide alla natura, di velocità, di collegamenti con il mondo intero. É crollata l'idea di scorrere in autostrada lungo il mare e di viaggiare liberi, con la sensazione, che si provava in quel punto, di prendere il volo. Ma so anche che i liguri non si arrenderanno. Che quel sogno, in una terra che ha dato i natali a tanti visionari e a tanti marinai duri e implacabili, non può essere spento del tutto. Oggi piangiamo le vittime, al momento che scrivo sono già circa 22. Domani, ci rimbocchiamo le maniche, ricostruiamo.