Fico e il suo destino da spina nel fianco

Prime mosse nel ruolo controcorrente di presidente della Camera

di Adalberto Signore

Strana maledizione quella dei presidenti della Camera, quasi tutti destinati al ruolo di «guastatori» di quelle stessa maggioranze che solo pochi mesi prima li hanno fatti eleggere allo scranno più alto di Montecitorio. D'altra parte, è l'essenza del ruolo che per certi versi risulta indefinibile, prigioniero di un equivoco di fondo: da una parte è «solo» la terza carica dello Stato e dunque non gli si riconosce neanche lo status di vice-capo dello Stato che è proprio del presidente del Senato, dall'altra qualunque gesto o parola finisce comunque sotto i riflettori, destinato inevitabilmente a far rumore.

Chissà, forse sarà anche per questa ambiguità che ormai da tempo i numeri uno di Montecitorio sembrano predestinati a giocare «contro», pronti a ritagliarsi il ruolo di spina nel fianco della maggioranza. Lo ha fatto Casini con Berlusconi tra il 2001 e il 2006. Lo ha imitato Bertinotti tra il 2006 e il 2008 con una serie di «frontali» con l'allora premier Prodi. Ha toccato l'apice Fini, che tra il 2008 e il 2013 è diventato il nemico numero uno del Cavaliere. Fino ad arrivare alla Boldrini, che - seppure in modo piuttosto anonimo - ha provato a mettere i bastoni tra le ruote a Renzi. Così, si arriva a Fico. Che due mesi e mezzo dopo l'elezione allo scranno più alto di Montecitorio pare aver preso anche lui la strada del grillo parlante della maggioranza. Lo ha fatto scegliendo la via del silenzio quando Di Maio si è avventurato nell'improbabile e bizzarra richiesta di impeachment per Mattarella. Fico è stato fedele al suo ruolo e si è ben guardato dal dire una sola parola in proposito mentre dal suo entourage filtrava una certa perplessità. D'altra parte, che il numero uno di Montecitorio non sia entusiasta del governo gialloverde non è certo una notizia. Lui, che ha sempre rappresentato la sinistra del M5s, con la Lega e con Salvini in particolare fa fatica persino a interloquire.

E non è un caso che in questi ultimi giorni sia proprio sul ruolo di anti-Salvini che sembra stia investendo Fico. Se il ministro dell'Interno attacca infatti a testa bassa le Ong, alcune delle quali - dice - «fanno solo affari» perché «fungono da taxi», il presidente della Camera decide invece di riceverle a Montecitorio perché «lo Stato deve essere vicino a chi aiuta». Finito l'incontro con la delegazione di Medici senza frontiere e Amnesty International, i cronisti gli chiedono conto della distanza con Salvini e lui se la cava con un diplomatico «sono la terza carica dello Stato e non entro in queste questioni». A parole, dunque, nessuna polemica. Restano però i fatti. E l'agenda di Fico. Che per lunedì ha in programma una visita in Calabria, a San Ferdinando, il paese dove è stato ucciso Sacko, il sindacalista del Mali attivo nei diritti dei braccianti. Salvini gli ha invece preferito Como, dove era ieri per solidarizzare con i due autisti del bus aggrediti da quattro richiedenti asilo. Insomma, una partita incrociata che sembra essere solo agli inizi. E su cui mette il cappello l'ala più ortodossa del M5s, visto che sempre ieri cinque parlamentari grillini hanno presentato proprio al ministro Salvini un'interrogazione sull'omicidio Sacko.

Sullo sfondo resta la maledizione dei presidenti. Che è duplice, visto che oltre a diventare «guastatori» quasi sempre finiscono per cadere in disgrazia e circondati dall'oblio politico. Dalla Pivetti in poi, è andata così per tutti fuorché Casini. E pensare che nella Prima Repubblica era proprio dalla presidenza della Camera che si spiccava il volo verso il Quirinale. È successo a tanti: da Gronchi a Napolitano, passando per Leone, Pertini e Scalfaro.