Il figlio della Cancellieri indagato per bancarotta

MilanoIl profilo emerso dalle intercettazioni telefoniche non era certo dei più lusinghieri. Perché lui, Piergiorgio Peluso, è uno «messo lì dalle banche». Uno «che ha distrutto tutto». Uno che ha preso «cinque milioni e mezzo da Fonsai», ed è «talmente protetto» che chissà «cosa gli daranno in Telecom». Così parlava Giulia Maria Ligresti, ex vice presidente del cda della società assicurativa, ascoltata dai militari della guardia di finanza. Eccolo, il ritratto del figlio dell'ex ministro dell'Interno Annamaria Cancellieri, che nell'ottobre del 2012 - per quattordici mesi da direttore generale - se n'era andato da Fonsai con una buonuscita di 3,6 milioni di euro. E qualcosa dev'essere andato storto, in quella breve parentesi professionale nella compagnia di assicurazioni, se ieri il pubblico ministero milanese Luigi Orsi gli ha fatto consegnare un invito a comparire con l'accusa di concorso in bancarotta per il fallimento di Imco, holding della famiglia Ligresti a capo assieme a Sinergia di Premafin e dichiarate fallite dal tribunale del capoluogo lombardo nel giugno del 2012. Proprio per il crac di Imco e Sinergia, di recente il gip Roberto Arnaldi ha interdetto per due mesi alcuni ex amministratori dall'esercizio delle cariche societarie.

Ma perché Peluso? Che ruolo ebbe il figlio dell'ex ministro nel buco da 400 milioni di euro che ha messo a rischio persino l'acquisizione di Fonsai da parte di Unipol? A inguaiare il top manager sono alcune email che l'ex capo di Unicredit Corporate Banking ha scambiato con Salvatore Rubino (ex presidente del consiglio di amministrazione di Imco ed ex direttore generale di Sinergia spa, anch'egli indagato), nelle quali si parlava dell'operazione relativa alle aree del Cerba, il Centro medico per la ricerca avanzata che a Milano dovrebbe essere completato per il gennaio del 2016, e che in realtà sta viaggiando tra non pochi ostacoli. Il capitolo di inchiesta riguarda la ristrutturazione di Sinergia, che sarebbe avvenuta - si legge negli atti di indagine - attraverso il trasferimento dei 108,5 milioni di euro di debito bancario sulle «spalle, non robuste, della controllata Imco», nell'interesse degli istituti di credito, in primo luogo Unicredit, e poi GE Capital. Così facendo, secondo la Procura, sarebbe stato dissipato «il patrimonio di Imco con una operazione, preparata nei mesi antecedenti e perfezionata il 5 agosto 2010, (...) all'esito della quale Imco assumeva il rilevante debito già in capo alla controllante Sinergia, si indebitava verso i medesimi creditori già della controllante, concedeva garanzie sui propri beni e specialmente l'area cosiddetta Cerba, giustificava il versamento alla controllante con l'acquisto di un cespite (Tenuta Cesarina) privo di valore commerciale».

Anche per questo le due società sarebbero finite a gambe all'aria. E che la situazione fosse ormai compromessa lo si capì nel giugno di due anni fa, quando il tribunale fallimentare di Milano bocciò l'istanza presentata dai legali dei Ligresti che chiedevano due settimane per presentare un piano di ristrutturazione del debito. Ma era tutto l'impero di don Salvatore a essere in profonda sofferenza. E non solo Peluso - inviato da Unicredit - non sarebbe riuscito a salvare Fonsai, ma per i pm avrebbe anzi contibuito a spolpare il gruppo. Perché, diceva di lui Giulia Ligresti, «questo qui è entrato, ha distrutto tutto, ha avuto il mandato come se tu entri in una azienda, svalorizzi tutto, distruggi tutto, fai in modo che uno se la può prendere a zero».