Figlio killer difeso da papà: «Non giudicatelo, è malato»

Ledo Prato sul suo blog chiede perdono Ma non fa alcun accenno alla vittima

Andrea AcquaroneAlmeno due ore d'agonia in mano ai suoi carnefici. Il resto sono particolari sordidi, crudeli, inenarrabili. In un'orgia di ferocia belluina, depravazione psicopatica e allucinata. Luca costretto a leccare i tracchi a spillo indossati da uno dei due assassini, Marco Prato, il trentenne disposto ad ammettere tutto o quasi, cosi come l'altro che però lo accusa «di mentire». Era vestito da donna Marco mentre col suo amico-amante Manuel Foffo, ammazzava Luca Varani. Prima tentando di strozzarlo, poi colpendolo a martellate, infine con un coltello: almeno 30 colpi. Per i due assassini era solo una conoscenza quel ventitreenne, un oggetto, la «preda» che rincorrevano, e non solo nelle proprie fantasie zeppe di alcol e droga, per «vedere cosa si prova ad uccidere». Ci sono riusciti, andando poi a dormire insieme, abbracciati. Con un cadavere accanto. Ieri Manuel ha parlato ancora con il pm, Francesco Scavo. Un nuovo confronto, durato alcune ore nel carcere di Regina Coeli: «Marco dice bugie, ho le mie perversioni ma non sono predatore sessuale, non sono uno stupratore. E nemmeno un omosessuale», ha dichiarato a verbale. Nel frattempo si è presentata ai carabinieri la ragazza bionda con la quale la vittima era stata vista in treno. I due si conoscevano poco più che di vista, si incontravano spesso sul convoglio e scambiavano qualche chiacchera. Intanto è un macabro ping pong, un lutulento scaricabarile in cui sfumare i ruoli, trovare una qualche impossibile giustificazione, quello tra Prato, pierre nella movida «particolare» e Manuel, borghese studente universitario «infinito» fuoricorso, ma del quale il padre Valter va a dire in tv: «È un ragazzo modello, con un quoziente intellettivo superiore alla media. Non uno sbandato». Figli in cella, ragazzi feroci capaci di scuotere le coscienze non solo di chi è genitore, ma con i rispettivi padri sulle barricate a cercare verità per loro più tollerabili. O meno laceranti. Leonardo Prato, due lauree, segretario generale di «Mecenate 90»- associazione impegnata nella tutela e valorizzazione dei beni culturali, ma anche potente fornitore di consulenze a enti pubblici- nel suo blog ha scritto un'accorata, persin troppo raffinata lettera. Cita un brano del Vangelo, per chiedere quasi tacitamente perdono per il figlio. «Senza mai nominarlo. Riprende la metafora sul fico che non dà frutti ma che nonostante tutto si decide di non tagliare. Dunque «nessuno giudichi prima del tempo». «Non è solo un atto di misericordia, è un atto di saggezza che suggerisce prudenza, pazienza perché i tempi della ricerca della verità non sono brevi e la giustizia umana ha limiti profondi. Sono quelli che lasciano spazio al perdono... non ci sono giudici esclusivi e onnipotenti... Non giudicate un debole malato». Poi, un attacco ai media: «La stampa ha fatto a brandelli la vita di tre famiglie colpite, ciascuna in modo drammaticamente diverso, si sono letti giudizi sommari, verità parziali o di comodo». Sulla vittima, su quel ragazzo attirato in trappola e massacrato da suo figlio e dall'amico, nemmeno una parola. Ma si sa: il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce.