L'eleganza ritrosa di Arpino, scrittore fuori dal tempo

Trasparente, come certi sguardi degli occhi suoi (sono di indole liquida). Irriverente come certe parole che tagliavano l'aria e poi arrivavano al fegato. Giovanni Arpino è uno scrittore randagio, come l'eroe di uno dei suoi scritti, vagabondo perché mai ha voluto rifugiarsi o proteggersi nel gregge dell'intellighenzia nostrana, che poi è difficile sapere e capire di che cosa si tratti. Quasi dimenticato, scomparso da librerie e convegni, del pensiero e della parola, oblio e naufrago finito sulle bancarelle dei libri usati, in qualche soffitta, negli scaffali dei retrobottega di vecchie librerie. Torino gli ha dedicato una via, sta vicina alla dimora di mia madre, quasi un regalo per me, dietro piazza Massaua e i giardini della Venchi Unica. La strada è parallela a via Giuseppe Fenoglio e va a incrociarsi con via Mario Soldati, un gruppetto di piemunteis, un albese, un torinese, un istriano di Pola, poi meteco a Novi Ligure, Saluzzo, Piacenza, seguendo la carriera militare del padre Tommaso, severissima figura. Poi, alla morte del nonno, il padre di Maddalena Bercia, madre di Giovanni, la famiglia ne raccolse le ricche eredità immobiliari e si accomodò a Bra. In verità Giovanni continuò a frequentare il liceo classico a Piacenza ma prese la maturità nel nuovo domicilio. Bra, dunque, diventò la barca dei suoi sogni, tra compagni di merende e di esistenza, nelle sere ai giardini, al caffè Garibaldi, dove avrebbe conosciuto la figlia del padrone, Rina, Caterina Brero:«Avevo adorato Bra e ancora moltissimo l'adoro, con quei tre vicoli che mi somigliano, piene di pietre e muschio e zoccole di vecchie nere sulle pietre e il sole che taglia diritto gli angoli a fette precise».

Era capace, Giovanni, di silenzi lunghi, tormentati, come di risate esplosive e coinvolgenti. Era come Torino, la sua seconda tana, dopo Bra. Nebbiosa e umida, fredda e distante e, insieme, dolce e riposante, vogliosa e, poi, diabolica.

Arrivò in città su un accelerato pieno di fumi e di facce e di pensieri. Giovanni era matricola di lettere e all'esame di letteratura latina, con Augusto Rostagni, ci fu soltanto un 19, roba bruttissima per il ragazzo che sostenne diciassette esami in un solo anno.

La leva militare nel sud del Paese, in una Lecce accecata dal sole canicolare e dalla miseria del dopoguerra e, poi, a Napoli, città di origine del padre, più viva ma comunque lontanissima da tutti e da tutto, quegli anni, dicevo, si ritrovano nelle lettere a Rina, adorato amore e poi moglie unica, fino all'ultimo bacio, alle sette e trentacinque di mattina del dieci di dicembre del millenovecentoottantasette. Io sono quello che ho fumato, aveva spiegato per ridere ed esorcizzare il maligno che gli aveva avvelenato la gola ma per fortuna non il pensiero e la penna e le mani, per scrivere ancora e ancora sopravvivere.

Fu un privilegio stargli di fianco, come a un monumento; lo scrittore della mia adolescenza e degli anni successivi, La suora giovane, L'ombra delle colline, Il buio e il miele. Durante i giorni del mondiale di Spagna e ancora a Torino e in redazione, erano momenti di allegria e di improvviso incupimento. La nevralgia del trigemino quasi gli trasformava il volto, l'espressione del viso si modificava al dolore, Giovanni mordeva il bocchino in madreperla, continuava a fumare, insultando gli angeli e altri inquilini del regno dei cieli. Amava il football, amava la Juventus, onorava il grande Torino, era amico di Bearzot e di Facchetti, gioiva al gol, non offendeva il brocco, semmai lo ammoniva con un aggettivo furbastro.

Per tre anni coabitò con Gianni Brera, altro grandioso maestro di quella nostra generazione e di quel grandioso giornale. Erano amici di intelletto e di piaceri ma la loro unione saltò in aria dopo una lite furibonda a La Domenica sportiva, Roberto Bettega fu l'oggetto della tenzone che portò alla separazione, al divorzio, al disprezzo, all'odio. Frequentavano la redazione di via Negri ma ignorandosi, tenendosi a distanza uno dall'altro, evitando di incontrarsi. Eravamo noi, privilegiati spettatori di una commedia altissima, interpretata da due soli attori, in quadri diversi, su un buffo copione.

Quando Silvio Berlusconi acquistò le azioni de Il Giornale Nuovo, l'intera redazione venne convocata nel salone della galleria, per la liquidazione delle quote individuali. Giovanni stava con un piede sollevato e appoggiato alla parete e tenendo lo sguardo alto, austero, osservava l'alveare delle api prossime al miele, poi, imprevedibilmente, mi rimproverò per averlo trascurato nelle mie visite famigliari a Torino: «Tsés prope n bastàrd, ven mai a truvéme», «sei proprio un maledetto non vieni mai a trovarmi». Provai la giusta vergogna e tentai di farlo sorridere raccontandogli un fatto accaduto proprio nella provincia Granda la sua, di Bra. Una notte, dalle parti di Garessio, un collega della Gazzetta del Popolo, fu costretto a fermare l'automobile dinanzi a un contadino che, impaurito, in mezzo alla strada, agitava le braccia. «Cosa è successo?» domandò il mio amico. Il contadino in pieno affanno: «Aiè na leur'è en tel prà» («c'è una lepre nel prato», lui l'aveva travolta con l' auto, la bestia giaceva stramazzata). Qui Giovanni prese a imporporarsi e la bocca a tremare pronta alla risata. Continuai. L'amico mio replicò: «ma non può prenderla lei?». «No! n fà na strì dla madona» (No, mi fa una strizza della madonna). Arpino esplose in una tosse compulsiva accompagnata da una risata clamorosa che sconcertò gli astanti. Sarebbe stata, quella, una pagina meravigliosa, dei suoi racconti braidesi: la ritrosia del contadino e, assieme, la sua astuzia ingorda a portarsi comunque via la bestiola, futura ospite in tavola.

Una volta ricomposti, incassammo il dovuto. Vennero altri giorni di incontri e di parole care e di scritti suoi. Fino a quel pomeriggio in cui, al telefono, udii non più una voce ma un rantolo. Una frase mi restò addosso: «Mai una lacrima, rischia di annacquare l'inchiostro».

Furono pagine, mille e tutte bagnate, Giovanni carissimo.