Formazione e gestazione, glossario ipocrita della legge

Le parafrasi usate per mascherare i matrimoni. E il divorzio diventa «impugnazione dell'unione»

di Giuseppe Marino«Io non parlo così, io non penso così», protestava Nanni Moretti di fronte ad acrobazie verbali politichesi. Roba passata. Oggi «dire qualcosa di sinistra» significa chiamare il matrimonio gay formazione sociale specifica. Mai prima una norma che certifica nuovi diritti e libertà è stata così censoria nel linguaggio.Sbianchettato il matrimonio gay, altro imbarazzo per i legislatori: come chiamare il divorzio? Ecco allora affacciarsi un faticoso, ma tutto sommato comprensibile, impugnazione dell'unione civile a indicare la richiesta di separarsi. Il divorzio vero e proprio si traduce in un tristo «scioglimento». Niente male per una legge che, Renzi dixit, ha visto «vincere l'amore». Addio luce dei miei occhi: sciogliamoci.Il climax dell'imbarazzo legislativo lo raggiungono i commi in cui si nominano lui e lui o lei e lei. Guai a usare gli inadatti moglie e marito. E nemmeno cavarsela con il più neutrale «coniuge», termine che in legalese rimanda dritto dritto al matrimonio. Cirinnà e co-relatori non devono aver chiamato in causa l'Accademia della Crusca e si vede. Fantasia finita, ci si arena su un didascalico parte dell'unione civile. Al momento del fatidico sì: vi dichiaro parte e parte. Oppure: vuoi tu prendermi come tua legittima parte?La norma, curiosamente, sceglie infine di mantenere in vita una terza categoria coniugale, un terzo livello destinato agli eterosessuali che non si vogliono sposare. È uno degli aspetti più stravaganti: l'unione civile è riservata a maggiorenni consenzienti dello stesso sesso. Per gli etero senza fede al dito resta in vita la convivenza di fatto. Altro termine alternativo per evitare di parlare di famiglia. Ma stavolta gravido di ulteriori potenziali discriminazioni e non solo linguistiche, ma anche di merito, di godimento dei diritti.Per correttezza va detto che i parlamentari che hanno combattuto questa lunga battaglia con le opposizioni e con il vocabolario non sono isolati nell'anelito all'uso di una terminologia ipocrita. Oltre alle mozioni censorie di parte cattolica, anche dal fronte Lgbt è arrivata una forte spinta a condizionare il linguaggio ai dettami, tra l'altro continuamente variati e aggiornati secondo canoni che seguono dinamiche più affini alla moda che alla logica, di un rigoroso politicamente corretto. Parlando dell'adozione di figli da parte di coppie omosessuali si è preferito mascherare il dibattito con l'uso di un termine (presuntamente) anglosassone, stepchild adoption. Espressione peraltro pressoché sconosciuta a Londra e Washington. Così anche per l'utero in affitto, locuzione certamente dura, diretta e per questo fortemente criticata e sostituita dalla più burocratica maternità surrogata. Ma solo temporaneamente. Ora anche questa non è più accettata, la nuova linea è parlare di gestazione per conto d'altri. Il trionfo della forma sulla sostanza.