Forte e la sua pineta colpite al cuore

Tromba d'aria fa due morti, abbatte alberi secolari e distrugge le case

I pini crollati, ripiegati, spezzati. La pineta di Forte dei Marmi che piange, nel giorno in cui la natura ha fatto due morti in Toscana e ha ammazzato pure se stessa. Perché quella Pineta è tante cose, nell'immaginario collettivo e nella realtà: un pezzo di Paese che per chi lì c'è nato o ha deciso di viverci d'estate o nei fine settimana è un luogo mitologico, fermo nei tempi e nel tempo. «Ho perso la mia pineta, che dolore», dice Massimo Moratti.

Lo pensano in molti: chi l'ha vista e chi se l'è immaginata, ammaccata come mai le era successo. Perché quel posto era un simbolo. Non c'è un perché, ma ogni periodo d'Italia ha avuto la sua Forte dei Marmi, un paesino che conta neanche ottomila persone, dove il mare non è neanche un vero mare, ma che è entrato nel costume di un Paese alla costante ricerca di isole di terra in cui rifugiarsi. Questo è il Forte, nel cui nome l'idea del rifugio è implicita. Questa pure è la pineta, suo emblema, suo monumento naturale. Identica a se stessa da quanto Indro Montanelli la frequentava ragazzino vantandosi negli anni a venire di aver assistito dal vivo alla nascita del mito di Forte dei Marmi: estate 1929, il giorno di Ferragosto, fu inaugurata una capanna di paglia che invece di essere adibita a cabina, diventò un bar. Era la Capannina, che negli anni '60 avrebbe trasformato quel paese con il mare che non è vero mare, in una delle località di villeggiatura più chic d'Italia e d'Europa. La Capannina c'è ancora, come i Bagni Piero e l'America, che ci sono da sempre. In epoca recente è arrivato il Twiga. Posti che non sono solo luoghi. Sono la continuità del divertimento, del benessere, del buon vivere. Un ricordo continuo di un'Italia felice.

Ecco, per quelli nati dopo quell'era, Forte era ed è ancora questo: il simbolo dell'Italia del boom, di una borghesia benestante, anzi ricca, che d'estate svuotava la città e si trasferiva in Versilia. La città in questione era prevalentemente Milano. I neo ricchi raggiungevano quel posto scoperto da tempo dall'élite: gli Agnelli, gli Antinori, gli Arrivabene, i Visconti di Modrone. Poi i Moratti e gli altri. Chi voleva stare vicino a loro prendeva una casa al Forte: industriali, professionisti, commercianti del lusso. Un'Italia raccontata alla meraviglia dai fratelli Vanzina in «Sapore di mare». Lì la Pineta era il luogo che rappresentava la spensieratezza di quel tempo: la corsa in vespe e lambrette che del film era il simbolo dell'Italia che ce la stava facendo e dei ragazzi che in un modo o nell'altro sarebbero diventati la classe dirigente del Paese del futuro. Cioè di quello di oggi. Perciò sono tanti a pensarla come Massimo Moratti, adesso. Lui parla, altri tacciono, ma per tutti Forte e i suoi pini rappresentano molto. Non l'avevano inventata loro, l'avevano trovata così: c'erano già stati i principi d'Asburgo e altre casate. C'era già stato Gabriele d'Annunzio con Eleonora Duse, c'era già stato Thomas Mann. C'era già stato Eugenio Montale che ogni estate scendeva in Versilia. Nel 1957 gli chiesero perché: «Per il mare e per i pini», disse. Quei pini.