La fronda Pd cavalca il caso per smontare il Jobs Act

La minoranza dem si è accodata a Lega e M5s sulla mozione di sfiducia. L'ira dei renziani

Del «caso Poletti» e dei suoi risvolti si occupano anche i Carabinieri: il figlio del ministro, Manuel, ieri ha presentato una denuncia «a seguito di pesanti offese e alcune minacce di morte giunte tramite social network e via mail contro la mia persona e l'azienda che rappresento».

Le feroci polemiche politiche contro il titolare del Lavoro - alimentate soprattutto dai leghisti e dai grillini, che devono distogliere l'attenzione dalla catastrofe Campidoglio - hanno infatti scatenato contro di lui e contro il figlio, reo di dirigere un settimanale che, come tanti altri, riceve finanziamenti in base alla legge sull'editoria, un vero e proprio linciaggio da parte di «anonimi leoni da tastiera», come li definisce Manuel Poletti.

Sul ministro pende una mozione di sfiducia di M5s, Sel e Lega, che verrà discussa dopo le feste. A preoccupare non sono i numeri: Forza Italia, dicono nel Pd, «difficilmente si unirà alle altre opposizioni, perché è sempre stata contraria alle mozioni di sfiducia contro un singolo ministro». La mozione verrà respinta, assicurano nel Pd. Ma il caso Poletti è solo l'alibi per un insidioso assalto ad una delle riforme centrali del governo Renzi: il Jobs Act.

Non a caso la minoranza Pd si è prontamente accodata a Salvini e Di Maio, annunciando per bocca di Roberto Speranza di essere pronta a votarla «se non verranno aboliti i voucher» regolamentati dal Jobs Act. Un'alzata d'ingegno che a Speranza serve per avere una qualche visibilità (vorrebbe candidarsi alle primarie Pd, ma sa di rischiare la debacle totale, anche perché la sinistra Pd sarà divisa su più candidati), e che ha fatto infuriare il Pd. Dove in molti ricordano all'ex capogruppo e al suo padrino Pier Luigi Bersani, all'epoca segretario Pd e aspirante premier, che furono proprio loro ad introdurre i voucher col governo Monti e poi Letta, e che il Jobs Act renziano li ha solo regolati in modo più stringente. Sulla vicenda grava l'ombra dei tre quesiti referendari della Cgil contro il Jobs Act (per abolire i voucher e reintrodurre l'articolo 18 in tutte le aziende) in attesa di esame di ammissibilità alla Consulta, che vede la minoranza Pd pronta a cavalcare il referendum in chiave anti-renziana.

La Corte, però, potrebbe riservare amare sorprese per i tifosi della consultazione promossa dal sindacato rosso: secondo alcune voci autorevoli, il quesito sull'articolo 18 potrebbe essere bocciato per il suo improprio carattere «propositivo», visto che il suo intento è reintrodurre l'articolo 18 persino nelle aziende sotto i 15 dipendenti. Mentre quello sui voucher, spiegano dalla maggioranza, può facilmente venire sterilizzato grazie ad una modifica parlamentare.

Una cosa è certa: né il premier Gentiloni né il suo predecessore vogliono lasciar distruggere la riforma del lavoro. Tant'è vero che Renzi vuole Tommaso Nannicini, uno dei padri del Jobs Act, nella cabina di regia del Nazareno, in un posto chiave al suo fianco.