Fronda di quattro senatori Ap Primo brivido sulla Stabilità

Quagliariello, Giovanardi, Compagna e Augello tuonano: «Così non la votiamo» Il governo prova a blindare il testo in commissione ma è quasi certo il voto di fiducia

L a giostra della legge di Stabilità di apre oggi in commissione al Senato, con la valanga di 3.500 emendamenti da vagliare e votare. E con la consueta suspence sui numeri, che a Palazzo Madama - almeno sulla carta - sono sempre ballerini per la maggioranza.

La prova più difficile della legislatura, il varo della riforma costituzionale che cambia drasticamente proprio il ruolo del Senato, è passata un mese fa con un margine ampio: ben 179 voti. Ma stavolta, sulla manovra del governo, non si può (né a Palazzo Chigi si vuole) contare sull'apporto di voti dal centrodestra di verdiniani e simili. Tanto più che, con ogni probabilità, sulla legge di Stabilità verrà messa la fiducia. Dunque i numeri della maggioranza devono tenere. Il plafond su cui si conta è di 170 voti: 111 del Pd (dopo la fuoriuscita di Corradino Mineo), 35 di Ap, 19 di Psi-Autonomie, 5 del Misto. Ma ora le fronde vengono allo scoperto: prima la minoranza Pd, che ha presentato una serie di proposte di modifica puntate soprattutto sull'abolizione della Tasi (da limitare) e sul limite all'uso del contante (da innalzare). Poi, ieri, sono scesi in campo i «dissidenti» di Angelino Alfano: quattro senatori di Area Popolare, capitanati dall'ex ministro Gaetano Quagliariello, che minacciano di non votare con la maggioranza se non verranno accolti i loro emendamenti, ricalcati sulle proposte di tagli alla spesa fatte dal dimissionario commissario alla spending review Carlo Cottarelli (che, in ordine di dimissioni, è stato il penultimo). «La legge di Stabilità - premette l'ex coordinatore nazionale Ap - per come è uscita dal Consiglio dei ministri, è una manovra scritta con la mano sinistra e non con la mano destra. Non taglia le spese, opera in deficit e, soprattutto, si tiene accuratamente alla larga dai gangli in cui si annidano le più ampie sacche di statalismo, clientelismo, opacità, spreco e inefficienza e corruzione». Ecco quindi le sette proposte di modifica, che agiscono sulla razionalizzazione degli immobili della pubblica amministrazione, sulla soppressione di una serie di «enti inutili e costosi come i consorzi di bonifica», e che garantirebbero - a detta dei presentatori - risparmi «tra 1 miliardo e 1,8 miliardi».

Con Quagliariello ci sono altri tre senatori: Luigi Compagna, Andrea Augello e Carlo Giovanardi. Quattro voti a rischio che al Senato, come si sa, non sono pochi.

Poi c'è il fronte interno al Pd: la questione che si userà come bandiera è quella del tetto al contante, fissato dal governo a 3mila euro. Sull'abbassamento si può coagulare un fronte che va dai Cinque stelle a Sel. Ma se anche la minoranza Pd si dissociasse dal governo, a compensare i voti mancanti sarebbe il centrodestra, che quel tetto lo vuole ulteriormente innalzare: Fi, Lega, fittiani. «E il centrodestra non può votare neppure per ragioni tattiche, per mandarci sotto, gli emendamenti che innalzano il tetto al contante: è contro ogni loro linea», sottolinea il senatore Pd Francesco Russo. In ogni caso, lo scontro sarà relegato alla Commissione Bilancio, presieduta dal renziano Giorgio Tonini: l'obiettivo del Pd è di completare l'esame in quella sede, lavorando anche nel weekend e concedendo qualche modifica più indolore alla minoranza interna (potenziamento degli interventi per il Sud, tetto a mille euro per il contante per il money transfer), per poi arrivare in aula con un maxiemendamento su cui verrà posta la questione di fiducia. E a quel punto i numeri saranno blindati.