Fronte anti-Madrid già diviso dopo la vittoria dimezzata

L'ultrasinistra di «Catalunya libre» non vuole che a trattare con Rajoy sia il leader separatista Artur Mas. E punta su Raul Romeva, un «Varoufakis»

D escon nexió , in italiano «disconnessione», è il termine catalano che Artur Mas, leader del movimento separatista «Junts pel Sì», ripete ormai da settimane come un mantra. Una parola che rischia di diventare però la sua ossessione e la sua tomba politica. Junts non ha sfondato e senza l'appoggio dei radicali del Cup la «Catalunya libre» rimarrebbe un concetto astratto e suggestivo, nulla di più. Domenica sono partiti i 18 mesi che dovrebbero trasformare la Catalogna in un nuovo soggetto, ma qualcuno, e non solo a Madrid, si domanda se i movimenti separatisti stiano giocando su più tavoli e con più mazzi di carte. Artur Mas parla infatti alla pancia della gente, tutto questo mentre qualche suo luogotenente tratta con Madrid e quelli di Cup addirittura frenano. I duri e puri non lo sono poi così tanto.

Il negoziato

Le due liste secessioniste sono chiamate in pochi giorni a trovare un accordo per governare la regione. Domenica hanno ottenuto in tutta la Catalogna una maggioranza assoluta di 72 seggi (62, +10) su 135 disponibili e il 47,8% dei voti (39,6% +8,2%). È innegabile che Cup, acronimo di Candidatura d'Unitat Popular, sia l'ago della bilancia e voglia far valere il suo peso specifico nella costruzione di un governo che in un anno e mezzo dovrebbe portare la regione a camminare senza le stampelle di Madrid. Lo scrittore e giornalista Antonio Baños, leader di Cup, non fa mistero di non volere rinnovare il mandato a Mas, e di preferire un altro esponente di Junts, Raul Romeva. Lo stesso Baños ha anche ricordato di non essere favorevole a una dichiarazione unilaterale di indipendenza della Catalogna. Le due liste secessioniste non hanno ottenuto il 50% dei voti.

Varoufakis in salsa catalana

Del professor Raul Romeva, 44 anni, docente di economia, ne sentiremo parlare per parecchio tempo. È l'uomo di fiducia di Mas, un delfino che non esiterà a trasformarsi in uno squalo nella difficile trattativa con Madrid. Già, ma quale trattativa? Per molti Romeva, il Varoufakis catalano (scarsocrinito come l'originale) non starebbe lavorando per trovare un accordo morbido sulla disconnessione, bensì sarebbe stato inviato alla Moncloa per batter cassa. Scavando sotto la superficie delle rivendicazioni linguistiche e culturali si scopre infatti che il vero problema è di natura economica: nel 2012, ovvero appena tre anni fa, la Catalogna esibiva un'economia in ginocchio e gli indipendentisti furono costretti a chiedere un aiuto di 5 miliardi di euro a Madrid. Oggi la «Barcelona pesetera» potrebbe essere a caccia di nuove risorse.

Barcellona ventre molle

Doveva essere la roccaforte dell'orgoglio catalano, e in parte lo era diventata lo scorso 11 settembre, in occasione della Diada, la festa nazionale dell'autonomia. Due milioni di persone sfilarono e incendiarono bandiere (come triste tradizione vuole) per invocare il taglio netto del cordone ombelicale madrileno. E invece è stata proprio Barcellona che alle urne ha deluso le aspettative dei leader secessionisti. Il campo indipendentista ha ottenuto appena il 44,4% dei voti, contro il 50% di Tarragona, il 63,3 di Lleida e addirittura il 64,6% di Girona. Viene da pensare che la minaccia separatista sia un tentativo, poco riuscito, di spaventare l'esecutivo di Mariano Rajoy. Un tentativo che riceve le critiche anche dei catalani più europeisti. Contro Mas ha votato parte del mondo imprenditoriale di Barcellona, spaventato da politiche nazionaliste esacerbate che alla lunga allontanerebbero investitori, attirando la malevolenza della comunità internazionale.

La posizione di Madrid

Dal canto suo Rajoy si è detto disponibile ad aprire un dialogo con il nuovo esecutivo catalano, senza discutere l'unità della Spagna. «Sono pronto ad ascoltare ma non ad andare fuori dal perimetro della legge. Finché sarò premier non discuterò mai di sovranità nazionale. I sostenitori della secessione non hanno mai avuto l'appoggio della legge e da domenica, risultati elettorali alla mano, non hanno neppure l'appoggio della maggioranza della società catalana», ha ribadito ieri in conferenza stampa.