La galleria romana, sede anche del Consiglio di Stato, è lasciata nel degrado L'ingresso è su un vicolo sporco e le opere sono esposte senza criterio e al buio

di Primo fine settimana d'agosto. Strade col bollino nero, ma noi abbiamo deciso di restare in città. Anche perché c'è DomenicalMuseo, l'iniziativa del ministero dei Beni culturali che rende visitabili gratuitamente monumenti, musei, gallerie, scavi archeologici. Nella città della Grande bellezza, c'è solo l'imbarazzo della scelta. Per decidere dove andare, consultiamo il sito del Mibact. Che però è un casino: il Mibact ha infatti pubblicato per ogni regione un elenco alfabetico, come se si trattasse di pizzerie. Al posto di «Chechele e Nennella» e «Da Gennarino» si legge in successione Monastero di Santa Scolastica a Subiaco, Monumento a Vittorio Emanuele II (Vittoriano), Museo dell'Agro Falisco di Cività Castellana, in un rimpallo tra Piazza Venezia, Monti del Cicolano, Ciociaria, che mischia città e territorio in maniera demenziale. Pazienza. Puntiamo su Galleria Spada, la quadreria conservata nel palazzo celebre anche per la falsa prospettiva del Borromini. Siamo a ridosso di via Giulia, a due passi da Campo de' Fiori, come dire un classico della passeggiate romane, perché anche in una domenica d'agosto ci si può sentire Stendhal.

Palazzo Spada raffredda però da subito i nostri entusiasmi. L'ingresso dalla facciata è inaccessibile, e bisogna passare per l'entrata da vicolo del Polverone, che è un concentrato di istantanee da «Roma fa schifo»: scritte e tag sui muri, sampietrini sconnessi, rifiuti assortiti. Nulla che faccia più notizia, insomma. Anche l'accesso è desolante: intonaci scrostati, una finestra rotta, il giardino del Seicento ribaltato dalle ruspe per la realizzazione di un parcheggio interrato destinato ai membri del Consiglio di Stato, che ha eletto proprio Palazzo Spada a propria sede. Così, dove Sorrentino è venuto a girare il suo film, dipendenti e giudici amministrativi potranno comodamente parcheggiare la macchina.

L'interno, poi, fa cadere le braccia. I dipinti sono appesi come nelle antiche quadrerie, su diversi registri, e apprezzeremmo anche l'intenzione filologica se riuscissimo a vederli. L'unico strumento pensata a tal fine un fascicolo strapelato con le pagine legate a spirale come nella copisteria sottocasa. Passando di mano in mano, è ridotto a uno stato che manco l'inventario originale del cardinal Spada. Le opere anche qui - forse l'autore dell'elenco è lo stesso che ha messo in Rete i monumenti del Mibact - sono indicate in un ordine che non segue quello della disposizione a parete. Così alla visita si aggiunge il thrilling di individuare il dipinto giusto. Anche perché l'illuminazione è affidata a una serie di faretti puntati a capocchia, in modo da lasciare al buio i tre quarti dei quadri - esemplari in tal senso i sei Mastelletta immersi totalmente nelle tenebre, così come la Cleopatra di Lavinia Fontana - e rendere altrettanto invisibili alcune tele - come la Morte di Didone del Guercino - per la moltiplicazione dei riflessi, visto che anche le finestre sono aperte, e la luce naturale convive «magistralmente» con quella artificiale. A completare la sensazione di essere finiti nel deposito di un antiquario i ventilatori e imballaggi assortiti - forse dei tappeti? - infilati tra le sculture, e poi, come in un ufficio postale, la proliferazione di avvisi attaccati ovunque con lo scotch. Alcuni, in inglese, corretti con la giustapposizione di pecette, a redimere gli errori della prima versione. Altri, a segnalare ai custodi dove trovare i buoni pasto, sistemati su di una consolle, oppure appiccicati direttamente sulle sedie appartenenti all'arredo originario, con la preghiera «non sedersi». E laddove un quadro sia stato spostato o prestato a una mostra, ecco al suo posto spuntare un cartoncino volante, messo su qualche mensola, come se si trattasse dello schedario di una biblioteca comunale.

Ma il meglio è la galleria prospettica del Borromini: il colonnato è sbrecciato e addirittura un pezzo di muretto rotto è stato appoggiato in bella vista, forse a spiegare perché è inaccessibile. Il cortile su cui si affaccia è occupato da un piccolo aranceto. Sarebbe piaciuto a Montaigne, se le arance non fossero state lasciate andare in putrefazione, una volta cadute. Un sottile «memento mori»? Un paio di assi di legno traballanti si affacciano su di uno spazio sotterraneo: speriamo che nessuno cada di sotto. Qualche custode gattaro nel contempo ha attrezzato lo spazio con ciotole di croccantini e acqua, in modo da trasformarlo in una colonia felina. Non resta che farsi un selfie col gatto: tra Guercino, Tiziano Reni e Borromini, è lui l'unico in buono stato.