Gates contro Apple (con dietrofront)

Il fondatore di Microsoft: «Giusto preservare la privacy Ma quello del terrorismo è un caso eccezionale»

Marco LombardoNon è più Apple contro l'Fbi. Non è nemmeno Bill Gates contro Apple, visto che il fondatore di Microsoft ha prima lanciato il sasso e poi ritirato un pochino la mano dietro la schiena. È davvero una questione epocale, filosofica, mondiale in un momento in cui l'era della tecnologia sta cambiando tutti gli orizzonti.In pratica dentro l'iPhone del terrorista autore della strage di San Bernardino c'è il nostro futuro: si può essere d'accordo con o contro Apple, ma la questione è più alta. Si può mettere a rischio il nostro privato a favore della sicurezza di tutti? E, soprattutto: in che modo? «Io lo farei. Questo è un caso specifico in cui il Governo sta chiedendo accesso a informazioni, una situazione particolare» ha detto Gates al Financial Times, contraddicendo la posizione di giganti di Internet - Google, Facebook e, seppur indirettamente, anche Microsoft - tutti schierati a favore di Tim Cook, il gran capo della Mela. Tanto che, infatti, lo stesso Bill ha poi corretto la sua posizione intervistato da Bloomberg, accusando la stampa di aver travisato le sue parole: «Sono molto dispiaciuto di essere stato messo contro Apple. Credo fermamente nel diritto alla sicurezza personale e alla privacy, però fondamentalmente questo caso deve farci rispondere ad una domanda: è giusto che il governo possa accedere alle informazioni di tutti o questi devono essere completamente oscurati? Io credo che ci siano dei casi, come la lotta al terrorismo, che debbano essere valutati. Ma che vada fatto sempre e comunque con l'aiuto delle nostre aziende». In pratica ciò che ha proposto Cook nella lettera aperta di lunedì al governo americano.Questo è dunque il nocciolo della questione: non c'è dubbio che il terrorista di San Bernardino debba essere assicurato alla giustizia, il problema è con quali mezzi. E dove finisce il limite della sicurezza nazionale americana, financo di quella mondiale, davanti alla prospettiva che i nostri dati più sensibili siano accessibili per le necessità di un'indagine. L'Fbi chiede di sapere cosa c'è dentro quell'iPhone perché - diavolo di un'era hitech -, solo passando per i chip di quel telefono si può seguire la pista che porta a lui. Leggetela, se volete, come un'ammissione di debolezza fatta con la forza di cui il Bureau è capace. Apple risponde che aprire quel telefono sarebbe come spalancare una porta sul retro della vita di tutti noi, perché è lì dentro - solo lì dentro - che riponiamo i nostri dati sensibili. Dati, privati e biometrici, che per intenderci Cupertino non detiene in nessuno dei suoi server. E che sono solo nostri. Non è dunque una questione semplice, probabilmente anzi è un caso che cambierà il mondo. A decidere sarà un giudice. E lui, sì, ha in mano il nostro futuro.