Gentiloni stringe i tempi: mercoledì vuole la fiducia

Sì con riserva all'incarico del Colle. Ma ha già la tabella: oggi la lista dei ministri, domani giura

L'omaggio a Matteo Renzi, l'emozione quasi impercettibile nella voce, l'abito grigio con cravatta azzurrina: all'ora di pranzo, Paolo Gentiloni esce dallo studio di Sergio Mattarella e parla da presidente del Consiglio incaricato.

«La decisione di Renzi di non accettare un reincarico in coerenza con l'impegno che aveva manifestato merita rispetto, da parte di tutti», tiene a sottolineare. Spiega che per formare il suo esecutivo si muoverà «nel quadro del governo e della maggioranza uscente», non «per scelta» ma per l'indisponibilità a farsi carico della responsabilità da parte delle opposizioni. «Sono consapevole dell'urgenza di dare all'Italia un governo nella pienezza dei poteri, per rassicurare i cittadini». Poi evoca l'obiettivo primario, la nuova legge elettorale, e dice che il suo governo cercherà di «accompagnare» e «facilitare» questo percorso, affidato al Parlamento. E la parola chiave che usa è «sollecitudine»: per segnalare che il percorso deve essere rapido. Col sottinteso che, appena varata una legge, nulla impedirà le elezioni. È lo schema che ha in testa Renzi, che punta a votare al massimo a metà 2017, ben sapendo che non sarà facile: al di là dei proclami, l'unico leader che davvero le vuole è lui, persino i Cinque Stelle sotto sotto potrebbero preferire una comoda opposizione fino al 2018, maturando stipendi e pensioni che, fuori dal Parlamento, nessuno di loro si può sognare.

Gentiloni ha iniziato subito, nel pomeriggio di ieri alla Camera, le consultazioni con i gruppi politici, con l'obiettivo di sciogliere la riserva oggi, giurare domani e di ottenere la fiducia entro mercoledì, per presentarsi nel pieno dei suoi poteri al Consiglio europeo di giovedì. Una crisi lampo, aperta e chiusa in meno di una settimana. La matassa più aggrovigliata, come sempre, è però quella della composizione del governo. Che non sarà la semplice «fotocopia» di quello del suo predecessore. Restano saldi pochi nomi: Orlando alla Giustizia, Franceschini alla Cultura, Pinotti alla Difesa e Delrio alle Infrastrutture. Le altre caselle continueranno a ballare fino all'ultimo, e le tessere del puzzle da comporre sono molte. Anche perché Renzi, che domani sarà presente alla Direzione Pd convocata per mezzogiorno, si sta occupando anche della squadra del partito, che vuole avere al suo fianco in vista della campagna congressuale: ed ecco che si parla di Maurizio Martina, ora alle Politiche agricole, al Nazareno come vicesegretario, e di Lorenzo Guerini al governo. E c'è il ruolo chiave di Luca Lotti, braccio destro dell'ex premier: c'è chi lo dà al Pd, e chi lo immagina sottosegretario con delega ai servizi segreti, mentre Marco Minniti si sposterebbe all'Interno e Angelino Alfano veleggerebbe verso gli Esteri (felice, dicono i maligni, di lasciare il Viminale mentre riemerge la grana Shalabayeva). Gentiloni però preferirebbe la segretaria generale della Farnesina, Elisabetta Belloni, e alla Farnesina punta anche Piero Fassino. E c'è il nodo Boschi, che vuol restare al governo. Altre ipotesi: Teresa Bellanova al Lavoro, Ermete Realacci all'Ambiente, Anna Finocchiaro ai Rapporti col Parlamento. E, mentre Gianni Cuperlo avrebbe rifiutato l'Istruzione, la minoranza bersaniana del Pd (proprio come i verdiniani, che vorrebbero un ministero e puntano su Pera, Urbani o la promozione di Zanetti) reclama poltrone per sé. Il segnale lo dà Federico Fornaro, con la più classica delle formule del politichese: «Serve discontinuità nella squadra di governo».