La gioia della mamma che ce l'ha fatta: "Ma tra pratiche ed esami non è mai finita"

Il racconto di una coppia, il ricordo dei sette anni passati nel labirinto della burocrazia. Quindi la buona notizia. «E lei che mi chiedeva di non avere più gli occhi a mandorla per assomigliare a noi»

È a lieto fine la storia di questa mamma adottiva. Un percorso a ostacoli relativamente facile, sette anni da quando nel 2008 lei e suo marito hanno depositato la richiesta al Tribunale di Venezia. «Ti rivoltano come un calzino», racconta. «Ci sono perizie, gli assistenti sociali che fanno questo studio di coppia, i psicologi che si occupano dei test». Relazioni e perizie. «Ma ogni volta lo abbiamo fatto volentieri perché era per il bene della nostra piccola».

Ogni tre anni tutto da rifare, che i documenti sono a breve scadenza. Tutto comprensibile, possono cambiare i profili dei richiedenti, possono cambiare le condizioni economiche, la situazione famigliare. Eppure per loro il racconto è un ricordo di felicità. «Perché quel giorno non me lo dimenticherò mai. Lei con il suo orsacchiotto stretto stretto che ci aspettava»: Uno scricciolo e lo spazio di una solitudine infinita da riempire; due genitori emozionati e un po' impacciati che vorrebbero stringerla ma che non sanno bene da che parte iniziare. «Quell'orsacchiotto per la mia bambina rappresentava la sua mamma quella naturale, io che le chiedo: come si chiama? Felice. È così che è iniziato il nostro rapporto. Ci siamo avvicinate da lì. A partire proprio da quell'orsacchiotto». Nove anni eppure già troppe cose bruttissime vissute, a 5 anni gli assistenti sociali che la tolgono dalla famiglia d'origine, cinese, poi finalmente una casa-famiglia gestita da suore premurose e amorevoli. «Non mi commuovo mai, non sono il tipo ma quando racconto questo momento mi si scioglie il cuore». La voce si spezza e gli occhi si riempiono di lacrime. È la scena che ti rimane impressa per tutta la vita, che ti salva dai lunghi anni di estenuante attesa.

La gioia e la cautela, quasi ad aver paura che il sogno si spezzi, «perché la bambina vive con noi da giugno del 2015, ma dobbiamo ancora perfezionare le pratiche di adozione». Manca ancora il cognome; una formalità, ma meglio non correre rischi. Ci si muove come in una cristalleria. In mezzo ci sono cuori troppo fragili che rischiano di scheggiarsi, mete da guadagnarsi tutte in salita, a colpi di incoraggiamenti e rassicurazioni, di parole dolci e delicate a costruire un rapporto di fiducia, estranei che devono imparare a diventare famiglia. Una sfida non sempre facile, la voglia di piacere e di essere accettata, «Lei che mi faceva piangere e un po' ridere quando mi diceva che non voleva avere occhi a mandorla». Oggi sono genitori felici, a guardare indietro tirano un sospiro di sollievo. Le adozioni internazionali un po' li spaventavano, «volevamo rimanere in Italia, anche se non abbiamo mai posto limiti di età o razza. Anche se a 43 anni quando è arrivata la piccola è stata una bella grande sfida». Ma su una cosa non si discute: «questo è stato il dono più bello che la vita ci ha offerto e saremo grati per sempre».

Commenti

buri

Dom, 02/04/2017 - 11:58

solita storia di burocrazia comunaue auguri e complimemti alla Signora