«Il Giornale» è stato censurato Ora lo dice pure la Cassazione

La Suprema corte stronca la toga che sequestrò preventivamente il nostro sito per un articolo ritenuto diffamatorio. Una sentenza che farà giurisprudenza

C ensura, né più né meno. La sezioni unite della Cassazione stroncano così, sancendo un principio che d'ora in poi varrà per tutto il sistema italiano dell'informazione, il provvedimento con cui un giudice di Monza ordinò di oscurare una pagina del sito del Giornale . «La misura non poteva essere adottata e si risolve in una indiretta e non consentita forma di censura», scrivono i giudici della Suprema Corte. È una sentenza storica, perché allarga al mondo dei quotidiani online le garanzie che la Costituzione riserva alla stampa tradizionale. Ma la stampa di oggi, dice la sentenza, non è più quella di Gutenberg. La carta e il web hanno gli stessi diritti, dice la sentenza depositata ieri, scritta da uno dei più grandi giuristi italiani, Nicola Milo.

È una sentenza che farà discutere il popolo di internet, perché traccia una separazione netta: da una parte l'oceano dei social network , dei blog , delle newsletter dove ciascuno può scrivere ciò che gli pare, e che proprio per il loro carattere anarchico potranno continuare a essere sequestrati se ricorra il «fumus» di un delitto; dall'altra il mondo dell'informazione «professionale», ovvero la versione internet dei quotidiani, i siti di informazione registrati, che non potranno mai più essere sottoposti a sequestro preventivo per l'accusa di diffamazione.

Eppure a chiedere e a ottenere l'oscuramento di una pagina del Giornale era stato proprio un giudice di Cassazione: si chiama Antonio Bevere, ed è l'autore della sentenza che nel settembre 2012 condannò a un anno di carcere il direttore di questo quotidiano (sentenza, come è noto, sconfessata dal presidente della Repubblica, che graziò Alessandro Sallusti, ritenendo impensabile che si potesse punire con la galera un reato di opinione). Il giudice Bevere però non si accontentò di avere condannato Sallusti: prima si indignò per gli articoli che il Giornale aveva dedicato alla vicenda, e sporse querela per diffamazione; un anno dopo pretese che venissero rimosse da internet le versioni online degli articoli che non erano stati di suo gradimento. Una richiesta di censura preventiva, insomma, visto che nessuna sentenza aveva ritenuto che gli articoli fossero davvero diffamatori (e le indagini preliminari sono ancora in corso tutt'oggi): eppure il giudice Bevere trovò al tribunale di Monza un giudice che gli diede ragione. In redazione si presentarono i carabinieri, e ordinarono di cancellare dal web gli articoli sgraditi. I tecnici del Giornale non poterono fare altro che eseguire. Il 31 marzo 2014 il tribunale del Riesame di Monza respinse il ricorso del Giornale e confermò il sequestro.

Ebbene: fu tutto illegittimo, dicono ora le Sezioni Unite della Cassazione, e nessuno d'ora in avanti potrà più fare nulla del genere, perché esiste un «nesso inscindibile» tra la libertà di informazione e l'«esercizio della democrazia». È a tutela di questa libertà che la legge prevede solo pochi casi in cui la stampa può essere sequestrata: pubblicazioni oscene, apologia del fascismo, violazione del diritto d'autore. Fine. La diffamazione, vera o presunta, non rientra tra questi casi. E che la tutela riguardi anche internet è inevitabile, perché bisogna «attribuire al termine “stampa” un significato evolutivo, che sia coerente col progresso tecnologico (...) Lo scopo informativo è il vero elemento caratterizzante l'attività giornalistica e un giornale può ritenersi tale se ha i requisiti di cui sopra, anche se la tecnica di diffusione al pubblico sia diversa dalla riproduzione tipografica».

di Luca Fazzo

Milano