Il "canguro" salta la trappola degli ostruzionisti

La Giunta del regolamento approva il trucco per tagliare gli emendamenti, però lo stallo resta

Roma - L'ormai famigerato «canguro» resta la superstar di Palazzo Madama. La prassi - mai messa per iscritto - che consente di saltare in un colpo solo tutti gli emendamenti simili dopo che quello considerato capofila viene bocciato (o approvato) dall'aula - continua a far discutere. E così l'apertura della seduta mattutina si concentra nuovamente sul «salto» da record effettuato il giorno prima dal presidente Pietro Grasso che in un colpo solo ha cancellato 1.400 emendamenti, suscitando le ire di tutti i gruppi impegnati nelle pratiche ostruzionistiche.

Il fuoco incrociato di decibel impazziti e accuse al vetriolo riparte. E così la seduta mattutina viene sospesa per una riunione, durata oltre tre ore, della Giunta del regolamento del Senato, chiamata a giudicare la legittimità della decisione del presidente. La giunta dà ragione a Grasso: il «canguro» - è il verdetto - si può applicare, anche per le riforme costituzionali e può continuare a «saltare» liberamente nel prosieguo della grande battaglia che dovrebbe portare - alla fine delle quattro letture previste dalla Costituzione - alla trasformazione del Senato in Camera non elettiva composta da cento rappresentanti degli enti locali. Una sorta di «interpretazione autentica» che, seppure contestata (alla Camera questo strumento non è utilizzabile), consente almeno di tornare a far girare il motore farraginoso della discussione. Grasso sottolinea che la regola del «canguro» sarà applicata «con buon senso», con l'obiettivo di evitare che «questa paralisi dia un'immagine poco commendevole di questa istituzione». E la prima occasione arriva quando viene bocciato un emendamento che riguarda la riduzione del numero dei parlamentari, un voto che fa decadere altri 38 emendamenti analoghi. Salgono così a 1.438 gli emendamenti «cancellati» grazie alla prassi del canguro. E non è mancato un momento di provocazione ironica: sul banco del senatore M5S Maurizio Buccarella compare un canguro di peluche. Grasso, attento, non si fa sfuggire l'ingresso dell' «ospite» e chiama i commessi d'aula, facendolo rimuovere. «I pupazzi non sono ammessi in aula», dice sorridendo, «non vorrei che diventasse senatore». I leghisti, invece, preferiscono evocare il «gambero», con riferimento al fatto che con la riforma a loro dire «si torna al centralismo romano».

Dopo i fasti polemici del giorno prima, comunque, la discussione si svolge in un perimetro di maggiore civiltà. Qualcuno ricorda anche che «gli unici Parlamenti ancora al lavoro in questo periodo estivo sono la Duma e il Parlamento iraniano». E nel pomeriggio il dibattito diventa più «vero», meno centrato sull'ostruzionismo e più sui contenuti. Vengono anche sottoposti alla prova dell'aula due emendamenti insidiosi, entrambi respinti. Il primo propone una totale abolizione del Senato: un modo per sfidare Renzi sul suo stesso terreno, introducendo il monocameralismo, come avviene ad esempio in Israele. Per dirla con Augusto Minzolini: «A demagogo, demagogo e mezzo». Il secondo, firmato proprio dall'ex direttore del Tg1 , ripropone il bicameralismo perfetto e l'elezione del Senato a suffragio universale, così come avviene oggi. I sì sono 117, i no 171 e 8 gli astenuti. In sostanza soltanto 57 voti di scarto. Minzolini, soddisfatto, commenta: «Non hanno i due terzi. Perciò chiederemo il referendum».