Il giorno nero di Renzi «Non mi vogliono più Odio puro contro di me»

Il premier ammette la sconfitta ma difende la modifica costituzionale: ho fatto il possibile

«Non mi vogliono? Me ne vado, con la coscienza a posto». A sera, mentre ancora la gente vota nei seggi e le forbici degli exit poll oscillano, pencolando tutte pericolosamente verso il No, Matteo Renzi difende la sua riforma: «Ho fatto tutto quel che potevo fare, e ho difeso una riforma giusta e attesa da decenni in Italia, ho combattuto contro la Casta più orrenda. Non credevo che potessero odiarmi così tanto: un distillato purissimo di odio».

Davanti al quale l'ipotesi più estrema, quella di un abbandono non solo del governo ma anche della segreteria Pd e della politica italiana, torna ad affacciarsi. Come del resto lo stesso Renzi aveva detto quasi un anno fa, nello scorso gennaio: «Se perdo il referendum sulle riforme costituzionali smetto di fare politica». E per domani è già convocata la direzione del Pd.

La giornata più lunga della sua carriera politica, il presidente del Consiglio la passa a casa sua, a Pontassieve, con la moglie Agnese e i figli Francesco, Emanuele ed Ester, che ieri mattina di buon ora lo hanno accompagnato al seggio a votare. Solo nel tardo pomeriggio, quando gli exit poll cominciano ad affluire e prefigurano la sconfitta, il premier decide di tornare a Roma e di affrontare «a viso aperto» il verdetto delle urne, qualunque esso sia. «Parlerò io, non sono come quei mammalucchi della politica che si nascondono». Così fa annunciare che, verso la mezzanotte, quando i trend dello scrutinio saranno più stabilizzati ed attendibili, sarà a Palazzo Chigi e terrà una conferenza stampa. Nel suo entourage c'è ancora chi spera, e ricorda gli exit poll della notte delle elezioni europee che davano il Pd molto più basso e i grillini molto più alti del risultato finale. Ma Renzi alla possibilità della sconfitta era preparato da tempo: «Ho fatto tutto il possibile, avendo tutti contro». A cominciare dall'interno del suo stesso partito, «quello che dovrebbe essere una comunità politica», dove invece la minoranza che ha perso prima le elezioni del 2013 e poi il congresso gli ha dichiarato guerra totale, fino a schierarsi con i nemici della riforma da loro stessi votata, e del Pd: «E se Beppe Grillo ora si sente già al governo», Renzi ne è convinto, è anche grazie all'assist fornito al populismo italiano dalla fronda interna al Pd: «Altro che mucca in corridoio».

Ora la partita si fa assai complicata. Perché una volta che Renzi, in coerenza con quanto annunciato sin dall'inizio, si dimetterà da capo del governo (e dal Quirinale trapela che il premier potrebbe salire al Colle già in mattinata), il problema di che fare dopo resta tutto aperto. Anche se non più premier, Matteo Renzi resta infatti il segretario del principale partito italiano, quello che lui ha portato al 40% alle elezioni europee e che oggi, a buon diritto, può annettersi per intero come proprio bacino elettorale l'intera percentuale del Si al referendum costituzionale. A meno che non decida addirittura di dimettersi anche da leader del partito.

Ma se resta responsabile del Pd, Renzi resta comunque anche il detentore della golden share di qualunque governo possa venire dopo di lui, perché senza i voti del Pd nessuna maggioranza è possibile. O lancia la sfida alla «accozzaglia del No» che lo ha battuto: «prego, fate voi». O le ipotesi sul tavolo restano quelle già evocate più volte: un governo Padoan, che - presieduto dal principale ministro dell'esecutivo Renzi - legherebbe le mani al Pd renziano. O un governo istituzionale Grasso, presieduto da un non politico diventato capo del Senato, che consentirebbe al Pd di prendere le distanze e di non appiattirsi su di lui.