Giubbotti in pelle e smoking Padri e figli con lo stesso stile

Stefano Ricci ha fatto sfilare 8 bambini vestiti come gli adulti. C'erano anche i Bocelli junior, in giacca bianca

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Firenze Di padre in figlio, con naturalezza, orgoglio e complicità: il senso vero della vita. È la scommessa vincente di Stefano Ricci che ieri sera ha fatto sfilare otto bambini con gli stessi modelli degli adulti: i capi più iconici della collezione SR Junior. Tra loro Abou El Enein, 7 anni, occhi azzurri come il Nilo, un naso che avrebbe fatto la felicità di Cleopatra e l'aria consapevole di chi sa distinguere tra una T-shirt made in China e un sublime giubbotto in pelle con ricamo a rilievo interamente fatto a mano in Toscana. Abou è figlio di un amico e cliente egiziano dello stilista imprenditore fiorentino per cui ieri sera hanno sfilato anche il Maestro Bocelli con i due figli Amos e Matteo, lui con il classico frac che Ricci gli confeziona da anni per le sue performance e loro con lo smoking dalla giacca bianca che un uomo elegante deve saper indossare senza sembrare il barman del grand Hotel. «Al babbo piacciono tanto questi» dice Filippo Ricci direttore creativo della maison mostrando gli incredibili smoking con le giacche in broccato prodotto sugli orditoi settecenteschi dell'Antico Setificio Fiorentino rilevato nel 2010 dal padre. «Al babbo piace l'unicità come del resto a noi» incalza Niccolò Ricci, amministratore delegato del Gruppo che vanta un fatturato annuo di 144 milioni di euro, 52 boutique monomarca nel mondo e 560 dipendenti diretti di cui 280 nella sola sede di Fiesole. «Stefano Ricci è un patriota, uno che ama Firenze, la Toscana e l'Italia» esclama Eike Schmidt, direttore delle Gallerie degli Uffizi di cui fa parte la mitica Sala Bianca in cui si svolge la sfilata organizzata per festeggiare i 45 anni di storia aziendale in concomitanza con l'edizione numero 91 di Pitti Immagine Uomo. Sta di fatto che il tema «Father and Son» fa da fil rouge anche al mastodontico salone fiorentino dove sono di scena le collezioni uomo del prossimo inverno finalmente ripulite dall'insensato giovanilismo che ogni tanto prende la moda. «È il figlio che deve assimilare l'eleganza dal padre, non viceversa» sostiene Gisberto Carlo Sassi, amministratore delegato di Doriani, brand milanese nato e cresciuto sotto il segno del lusso inteso come qualità.

«Ho un cappotto del mio papà che tengo come una reliquia continua e che mi ha ispirato questo modello» spiega mostrando il capo-simbolo della nuova collezione: in tessuto diagonale cammello, doppiopetto, con martingala e paramano, un classico per la vita. Sulla stessa lunghezza d'onda anche se con piccole e significative digressioni, Paolo Pecora, anima creativa del brand eponimo spiega che lui (50 anni compiuti da un pezzo anche se si fa fatica a crederlo) e il figlio Filippo (26 splendidi anni) si vestono uguale ma a giorni alterni.

«A me il pantafelpa con la classica giacca di jersey dal collo sciallato dà un twist moderno, a lui sta bene e basta» sostiene il padre mentre il figlio confessa di esercitare continue incursioni nel cassetto delle calze paterne e che per il suo blazer preferito lui potrebbe anche delirare. Anche da Schneiders Salzburg è tutta una storia di tradizioni e innovazioni familiari comunque legate a quel gusto del bello di cui si nutre la vera eleganza. C'è il cappotto di guanaco con il riscaldo in visone che costa 5000 euro ma non solo per questo dura una vita e forse due, oppure quello ispirato alla mitica giacca da caccia (nome in codice Hubertus) dell'imperatore Francesco Giuseppe. Del resto se un'azienda ha 70 anni di storia e nel suo museo interno conserva i cimeli dell'Austria Felix, il gap generazionale è proprio l'ultimo dei problemi.