Giudici contro Fincantieri: cinquemila persone a casa E Confindustria s'infuria

Sequestrate alcune aree dello stabilimento di Monfalcone per irregolarità nello smaltimento dei rifiuti. L'ira di Squinzi: non fanno lavorare le imprese

È il bilancio pesantissimo del sequestro disposto dal Tribunale penale di Gorizia su alcune aree dello stabilimento di Fincantieri a Monfalcone, che ha costretto allo stop di tutto il ciclo produttivo e delle merci in arrivo. Le imprese subappaltatrici non sarebbero state in possesso dei requisiti normativi per eliminare gli scarti delle lavorazioni delle navi, configurando un'ipotesi di reato di gestione di rifiuti non autorizzata a carico di sette indagati, tra cui l'ex direttore dello stabilimento Carlo De Marco, e i titolari di sei ditte satellite. Intendiamoci, mica materiali tossici. Ma ritagli di moquette, teli in plastica, tubi in ferro, depositati in stoccaggio in prossimità delle aree di lavorazione in attesa del trasporto in discarica.

Eccola la «manina anti-imprese» di cui parlava il numero uno di Confindustria all'ultima assemblea generale. Giorgio Squinzi è furioso e davanti al provvedimento della magistratura e grida a «un altro caso Ilva, in cui sembra che non si voglia che le imprese operino in questo paese. È una cosa particolarmente grave». Raccoglie l'allarme il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Luca Lotti: «Siamo molto preoccupati per ciò che sta accadendo a Taranto e Monfalcone. Non escludiamo a questo punto un intervento normativo di emergenza». «Rimaniamo stupiti e preoccupati», fa eco il ministro dell'Ambiente Gian Luca Galletti.

La manina, appunto, è scesa lunedì mattina sul cantiere di Panzano, quando un blitz dei carabinieri del Nucleo operativo ecologico di Udine ha posto i sigilli a quattro aree destinate a cernita e stoccaggio di scarti. Reparti strategici per la continuità operativa e produttiva di Monfalcone, tanto che l'azienda si è vista obbligata a procedere al blocco dello stabilimento.

«Fincantieri - è la nota diffusa dall'azienda - ferma restando l'intenzione di assumere con urgenza tutte le opportune iniziative in sede giudiziaria al fine di ottenere la revoca di detta misura, che considera particolarmente gravosa anche in ragione dei danni che il permanere degli effetti della stessa potrebbe provocare, è costretta, in ottemperanza al predetto provvedimento del Tribunale, a disporre a far data da oggi (ieri, ndr ) la sospensione dell'attività lavorativa di tutto il personale coinvolto nel ciclo produttivo del cantiere di Monfalcone».

I danni, appunto. Che rischiano di essere stellari. Perché dopo aver lasciato a casa 1.600 dipendenti diretti di Fincantieri e oltre 3.400 dell'indotto, per cui ora scatterà la cassa integrazione, c'è da pensare alle conseguenze. Devastanti, in un momento in cui si è appena iniziato a intravedere la ripresa del mercato e un timido ritorno ai livelli pre-crisi. E dove i ritardi sulle serratissime consegne agli armatori pesano come macigni sulla competitività dell'azienda guidata dall'ad Giuseppe Bono. Che ora annuncia battaglia, tanto più che la misura cautelare eseguita era stata già respinta nel 2013, prima dal Gip e poi dal Tribunale, perché non si evidenziavano urgenze tali da giustificare una situazione di pericolo ambientale. Ma la procura di Gorizia allora aveva presentato ricorso presso la terza sezione penale della Cassazione, che ha accolto invece la tesi dell'accusa secondo cui tutte le ditte in subappalto, non solo Fincantieri, sarebbero soggette all'autorizzazione al trattamento rifiuti anche in caso di stoccaggio.

Per i sindacati è allarme rosso. Il segretario nazionale della Fim Cisl ricorda che «sino ad oggi non abbiamo mai registrato eventuali violazioni di norme. Eravamo a conoscenza di un procedimento giudiziario in corso che aveva già visto i giudici dare ragione all'azienda relativamente alla correttezza della gestione del parco rifiuti. Le soluzioni – sottolinea il sindacato – vanno trovate tenendo aperto il cantiere. Questo al fine di evitare, come invece sta accadendo, che a pagare siano i lavoratori».

Commenti
Ritratto di gian td5

gian td5

Mer, 01/07/2015 - 19:48

Ai giudici non interessano le sorti dell'industria italiana, in primo luogo perché come magistrati lo stipendio lo percepiscono comunque, in secondo luogo perché come comunisti disdegnano la ricchezza, per loro è importante che gli italiani, loro esclusi, siano tutti poveri allo stesso modo.