La giustificazione di Manuel: «Volevo uccidere mio padre»

Lo studente racconta al pm che l'omicidio di Luca è una conseguenza della rabbia covata per il papà

Tiziana Paolocci«Volevo uccidere mio padre e forse ho combinato tutto questo per vendicarmi di lui». Dall'orrore al paradosso. Manuel Foffo, l'assassino che per due ore il 4 marzo scorso con Marco Prato ha massacrato al Collatino Luca Varani per il gusto di scoprire «che effetto fa» cerca una giustificazione a quella mattanza. Punta il dito contro il padre Valter, lo stesso a cui si era rivolto il giorno dopo il massacro nella speranza di trovare una via d'uscita. L'uomo, che in tv ha raccontato di avere un «ragazzo modello», «buono» e «dotato di intelligenza superiore» è diventato il capro espiatorio.«Non escludo di avere combinato tutto questo per dare una risposta al rapporto con mio padre - ha raccontato venerdì, dopo aver chiesto di essere nuovamente ascoltato dal pm Francesco Scavo - forse come per vendetta nei suoi confronti: unito a tutto il resto forse mi ha portato a fare quello che ho fatto». Ma quello che «ha fatto» è stato rinchiudersi per due giorni con Marco Prato, con lo scopo di ubriacarsi, sniffare fiumi di cocaina, usare droghe sintetiche e fare sesso con ragazzi omosessuali. Lo dimostrano i messaggi, più di venti, mandati a conoscenti invitati a partecipare al festino. Molti di loro, almeno quattro, sono miracolati: non avevano le caratteristiche ricercate dalle due belve. Gli investigatori li hanno ascoltati e oggi sentiranno altri satelliti dell'universo omosessuale romano.In caserma è già comparso Giacomo, che vive a Milano ma nella notte tra il 3 e il 4 è stato nell'abitazione di via Igino Giordano, mettendo anche a disposizione il bancomat per comprare la droga e Riccardo, che lavora nel ristorante della famiglia di Manuel. Sentito anche Alex Tiburtina, ex pugile, squattrinato, che Manuel aveva conosciuto pagandogli un pezzo di pizza. Il testimone, che è arrivato al Collatino dopo aver ricevuto giovedì alle 5 un sms, nega di aver usato la «neve» e aver avuto rapporti sessuali con i due, al contrario di quanto giura Prato. «Mi hanno mandato a comprare vodka e altri liquori - ha raccontato al pm - ma io ho bevuto solo birra. Poi sono andato via su consiglio di Manuel che mi ha detto vai via che è meglio. E rivolto a Prato: tanto con lui non dovevamo far niente». Gli hanno dato i soldi per il taxi e Alex è sparito. Luca Varani, invece, è stato agganciato venerdì alle 7.12 da Prato. Lui, «debole», conquistato dalla promessa di droga e 120 euro, era la vittima ideale. Il ragazzino da umiliare, facendogli perfino leccare i tacchi che Marco portava, travestito da donna. Poi le trenta coltellate, inferte con due lame diverse, alla gola per non farlo urlare, al volto e al corpo e le martellate alle dita perché non potesse difendersi. Un'agonia durata due ore e finita non per una coltellata al cuore, al contrario di quanto si pensava inizialmente, ma per dissanguamento. Perché? «Il momento in cui ho perso il controllo di me stesso credo sia quando tra me e Marco è uscito l'argomento di mio padre - ha detto Manuel al pm -. Io e Marco abbiamo iniziato a parlare a lungo di mio padre e questa cosa mi ha fatto venire il veleno, avevo una forte rabbia interiore. Questo è durato fino alle 2.30. Durante i nostri discorsi ricordo che era come se Marco sembrava darmi ragione, i nostri discorsi erano davvero sinceri, lui mi guardava con uno sguardo criminale». «Una ammissione complessa, da contestualizzare - ha spiega il suo legale, Michele Andreano -. Anche questa appare una circostanza non vera». In ogni caso a farne le spese è stato Luca, che forse nemmeno era morto quando lo hanno coperto e si sono mesi a dormire accanto a lui. Forse poteva essere salvato. Particolare, questo, che cambierebbe le cose.