Il governo rischia lo stop Ue su Poste e internet veloce

Le riforme su privatizzazione e banda larga si scontrano con le direttive di Bruxelles. Ma Palazzo Chigi non ne tiene conto

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi

Il governo Renzi rischia di impantanarsi su due questioni su cui ha puntato molto e che non sono di poco conto: le banda internet ultralarga e la privatizzazione delle Poste. La prima è evidentemente strategica per un Paese dove la connessione fa acqua da molte parti. La seconda non riguarda solo la quotazione in Borsa di una società pubblica, ma anche la riforma del sistema postale in chiave moderna, oltre che il bilancio stesso delle Poste.

A rendere i progetti governativi a serio rischio è la Commissione Ue, i cui poteri, soprattutto in termini di Antitrust, sembrano essere stati sottovalutati dai ministeri di competenza: il Mise e il Mef. E dalla maggioranza in Parlamento.

Sul fronte tlc, come noto, il governo ha presentato il piano con la «Strategia italiana per la banda ultralarga». L'obiettivo dichiarato è «di raggiungere entro il 2020 la copertura fino all'85% della popolazione con una connettività ad almeno 100 Mbps». Per il restante 15% della popolazione l'obiettivo è «di garantire servizi con velocità pari ad almeno 30 Mbps». Nella pratica (in estrema sintesi), il piano ha diviso il territorio nazionale in 4 «cluster» (a seconda dell'efficienza di mercato) e in 90mila sottoaree da mettere all'asta tra gli operatori interessati a investire. In cambio lo Stato fornisce incentivi, soprattutto fiscali, previsti dallo «Sblocca Italia» fino al 50% del totale.

Primo intoppo: entro oggi il governo dovrebbe licenziare il decreto attuativo indispensabile per dare il via alle gare sulla piattaforma ministeriale Infratel. Fino a ora non ce n'è traccia. Secondo intoppo: senza il decreto non è nemmeno chiaro il costo per lo Stato e dunque la copertura finanziaria necessaria. Ma il problema più grosso è quello meno considerato: il via libera della Ue. Secondo varie fonti l'orientamento della Commissione a non considerare gli incentivi aiuti di Stato è tutt'altro che scontato. Infatti, le agevolazioni richiedono motivazioni precise: il raggiungimento di aree fuori mercato o su cui non esistono piani per i 30 o i 100 mega. Comprese quelle dove si intendono fare solo reti in fibra «fino agli armadi», ma non «fino alle case». Come minimo, si pensa a Bruxelles, la Commissione chiederà la «notifica» del decreto, il che significa congelare il tutto fino a un via libera. Che potrebbe addirittura essere negato. Con buona pace dell'intero progetto «ultralargo».

E a Bruxelles si parla anche di Poste: nella riunione di venerdì scorso l'Agcom ha dato un primo ok alla riforma del sistema postale, fortemente chiesto dall'ad delle Poste, Francesco Caio, che in sintesi consiste nel consegnare la corrispondenza non più ogni giorno, ma a giorni alterni su una quota di popolazione che la Legge di Stabilità ha fissato al massimo nel 25%. L'orientamento positivo di Agcom ha però previsto l'avvio di «un'interlocuzione» con l'Antitrust Ue. Il che potrebbe sembrare una formalità. Ma non lo è per nulla.

La Direttiva 97/67 (Regole comuni per lo sviluppo del mercato interno dei servizi postali comunitari, modificata dalla 2008/6), considera che «il servizio universale garantisce in linea di massima una raccolta e una consegna presso l'abitazione o la sede di persona fisica o giuridica, ogni giorno lavorativo, anche nelle zone remote e scarsamente popolate».

Possono esistere deroghe, come si legge nell'articolo 3, per cui «gli Stati membri si attivano per assicurare che il servizio universale sia garantito come minimo 5 giorni lavorativi a settimana, salvo circostanze o condizioni geografiche eccezionali». Ma, dicono diversi conoscitori della materia, è molto azzardato ipotizzare che, in Italia, queste siano sia permanenti, sia diffuse addirittura al 25% della popolazione.

Un bel guaio perché per Poste il taglio dei costi del servizio universale è decisivo per rifare il bilancio e poi quotare la società in Borsa. Il rischio è che anche in questo caso il governo non abbia fatto i conti con la Ue e le sue direttive. E possa andare incontro a due sonore sconfitte.

Le promesse al vento

- Il governo ha presentato il piano con la «Strategia italiana per la banda ultralarga»: l'obiettivo dichiarato è quello «di raggiungere entro il 2020 la copertura fino all'85% della popolazione con una connettività ad almeno 100 Mbps. Ma il via libera della Ue non c'è

- Entro oggi il governo dovrebbe licenziare il decreto attuativo indispensabile per dare il via alle gare sulla piattaforma ministeriale Infratel. Fino a ora non ce n'è traccia. Senza il decreto non è nemmeno chiaro il costo per lo Stato e dunque la copertura finanziaria necessaria

- L'Agcom ha dato l'ok alla riforma delle Poste che consiste nel consegnare la corrispondenza a giorni alterni nelle zone più «difficili», pari al 25% della popolazione italiana. Un parametro che potrebbe trovare un ostacolo davanti all'Antitrust dell'Unione europea

Commenti

cgf

Mar, 31/03/2015 - 09:21

Poste e banda larga non sono le sole che si scontrano con le direttive di Bruxelles, ve ne sono altre per cui rischiamo anche pensanti sanzioni.. ma Renzie non ci sente.

Duka

Mar, 31/03/2015 - 09:23

MANDIAMO A CASA QUESTO BUFFONE - Non vale un fico secco.

pupism

Mar, 31/03/2015 - 10:56

solito power point che si concluderà in nulla!!!