Governo, tutte le difficoltà di Salvini e Di Maio

Dai migranti all'Europa, ecco tutte le divergenze e i rischi di un governo Lega-M5S per Matteo Salvini e Luigi Di Maio

"Domani forse riusciamo a chiudere il programma di governo". Sono quasi le 22 quando Luigi Di Maio, al termine di un’altra estenuante giornata di trattative con la Lega, si lascia sfuggire questa dichiarazione.

Cosa prevede la bozza di contratto Lega-M5S

Una dichiarazione che arriva a distanza di un’ora dalla pubblicazione, da parte dell’HuffPost, di una bozza del contratto di governo già bollata da ambo le parti come “vecchia” e “già ampiamente modificata nel corso degli ultimi due incontri del tavolo tecnico”. Lega e M5S, in una nota congiunta, spiegano, infatti, di aver “deciso di non mettere in discussione la moneta unica”. Non è dato sapere se questo balletto di dichiarazioni, spesso contradditorie, sia un modo per prolungare il continuo ‘Stop&Go’ che va avanti da oltre due mesi oppure se gli esponenti delle due forze che lavorano alla stesura del programma hanno davvero trovato la famosa “quadra”. Lunedì Salvini, dopo l’incontro con Mattarella, sembrava pronto a rompere mentre ieri, con una diretta Facebook, ha detto “siamo a un passo dall’accordo. O si cambia o si vota”. A leggere attentamente il documento pubblicato dall’HuffPost, però, i punti di divisione sembrano molti e insormontabili: dalla questione migranti al rapporto con l’Europa. Sul primo tema, molto caro soprattutto a Salvini, mancano dei riferimenti chiari alle espulsioni e ai rimpatri. Sul secondo, invece, si paventa la possibilità di uscire dall’euro, si rimarca la necessità di "una ridiscussione dei Trattati dell'Ue" e si annuncia la richiesta che intendono formulare a Draghi di cancellare 250 miliardi di debito pubblico.

Il vero nodo: il rapporto con l'Unione Europea

È dunque veramente possibile che nel giro di 24/48 ore il leader della Lega e quello dei Cinque Stelle abbiano risolto quelle divergenze che, fino a lunedì, per Salvini, sembravano quasi insormontabili? Facciamo un passo e teniamo presente che la bozza di questo contratto è datata 14 maggio 2018, ore 9.30, il che fa presumere che, in buona parte, sia stata stilata il 13 maggio, giorno in cui i due leader sono saliti al Quirinale per la terza volta. Possiamo solo immaginare cosa abbia detto o pensato il presidente Sergio Mattarella, molto attento alla politica estera e ai conti, quando gli è stato esposto il programma ‘gialloverde’. Dopo quelle consultazioni, poi, sono arrivati gli ammonimenti da Bruxelles su migranti e conti pubblici ed è uscito l’editoriale del Financial Times che ha definito Salvini e Di Maio “i nuovi barbari di Roma". Contro questi attacchi i due leader hanno risposto a muso duro scagliandosi contro gli “eurocrati di Bruxelles”. Al di là delle dichiarazioni di facciata contro i vincoli europei, ecco che, a tarda sera, arriva la precisazione: nessuna uscita dell’euro. Una precisazione che sembra volta soprattutto a tranquillizzare l’Ue e i mercati. Ma quello che colpisce delle note congiunte dei leghisti e dei pentastellati è soprattutto il ‘non detto’.

Il Comitato di Conciliazione

Se da un lato si esclude ‘l’Italexit’, dall’altro non si chiarisce come gli altri nodi sul tavolo siano stati superati né si smentisce l’esistenza di un ‘Comitato di Conciliazione’, un organo che dovrebbe servire a dirimere le eventuali controversie che potrebbero nascere in corso d’opera qualora si dovessero affrontare temi non trattati nel contratto di governo. Un organo parallelo a quelli costituzionalmente riconosciuti di cui farebbe parte non soltanto il primo ministro ma anche i segretari dei due partiti che appoggiano il governo. Si configurerebbe come un comitato che ricorderebbe molto il ‘Gran Consiglio del fascismo’, ossia l’organo che, nel corso di tutto il Ventennio, prevaricava sul Consiglio dei ministri. Un pericolo tanto più se Lega e M5S dovessero puntare su un ‘premier terzo’ che, in tal caso, sarebbe ulteriormente delegittimato. Ed è sulla casella del presidente del Consiglio che si gioca la vera partita. Salvini non può accettare che Di Maio si sieda a Palazzo Chigi e viceversa. Entrambi hanno molto da perdere. In caso di fallimento non si potrebbe andare alle urne in estate e, a quel punto, il governo neutrale di Mattarella sarebbe inevitabile e, se durasse fino a dicembre, Di Maio si sarebbe giocato la sua chances.

I possibili scenari in caso di fallimento

La deroga alla regola del limite dei due mandati, chiesta e ottenuta, non avrebbe più ragion d’essere e, conclamato il fallimento di Di Maio, Alessandro Di Battista potrebbe essere richiamato per guidare la prossima campagna elettorale. Salvini, invece, privo del supporto di Forza Italia e Fratelli d’Italia, potrebbe perdere consensi stando al governo, inevitabilmente in una posizione di subalternità, con una forza come il M5S che ha una base sociale di riferimento completamente opposta a quella della Lega. Il reddito di cittadinanza, la flat tax e l’abolizione della Legge Fornero sono economicamente e politicamente incompatibili. Il piccolo o grande imprenditore del Nord che ha votato Lega per avere una riduzione delle tasse come potrebbe digerire che i suoi soldi vengano spesi per pagare il reddito di cittadinanza ai disoccupati del Sud che hanno votato i pentastellati? Anche questa è una valutazione che potrebbe pesare e, forse, costare cara a Salvini nel segreto dei gazebo del prossimo fine settimana.