Grasso straccia i pm di Palermo e protegge Mancino e il Colle ASSALTO GIUDIZIARIO il caso La vicenda

H a giocato di fioretto, lanciando stilettate ai suoi ex colleghi col sorriso sulle labbra. E per l'ennesima volta, da quell'aula bunker dell'Ucciardone che lo ha visto giovane giudice a latere del primo maxi-processo a Cosa nostra, è uscito vincitore. Perché con grave scorno dei pm di Palermo che avevano chiesto la sua testimonianza per inguaiare il senatore Nicola Mancino come autore di pressioni indebite per stoppare le indagini sulla trattativa Stato-mafia, il presidente del Senato Pietro Grasso, già procuratore nazionale antimafia ed ex procuratore capo di Palermo, teste al processo sulla presunta trattativa, non ha sostenuto il teorema dell'accusa. Anzi, lo ha smontato, ricordando che non ci furono interferenze indebite né da Mancino né dal defunto consigliere giuridico di Napolitano, Loris D'Ambrosio; e sottolineando che interferenze non ci furono nemmeno da parte della Dna all'epoca guidata da lui. Non solo. Grasso si è tolto anche lo sfizio di bacchettare i pm, ricordando che avrebbe dovuto essere citato come parte offesa visto che un tassello della trattativa - Giovanni Brusca dixit - riguarda il «colpetto» che, con un attentato a lui, avrebbe dovuto essere dato al dialogo tra boss e Stato.
Torna da trionfatore Pietro Grasso, dall'aula bunker dell'Ucciardone. Avrebbe potuto avvalersi delle sue prerogative e deporre a Palazzo Madama. Ma invece no, Grasso si presenta nella tana del lupo. E i pm Nino Di Matteo, Vittorio Teresi e Roberto Tartaglia, guidati dal capo Francesco Messineo, lo affrontano al gran completo. «Sono qui per venire incontro alle esigenze di giustizia e verità», esordisce, schermendosi per i ringraziamenti del presidente della Corte d'Assise, Alfredo Montalto e di Messineo per essersi scomodato. È l'unico scambio di battute cortese. I pm di Palermo - parte Messineo - non fanno sconti all'ex collega. Solo che l'ex collega è un ex pm. E non si lascia intimidire. Ed eccola la verità del presidente del Senato. A cominciare da Mancino. Grasso parla di un incontro fugace, al guardaroba del Quirinale, per gli auguri di Natale del 2011: «Mi disse – che si sentiva quasi perseguitato, tormentato per le differenze di valutazioni di suoi comportamenti da parte di diverse procure. Mancino mi disse che il capo della Dna qualcosa avrebbe dovuto fare. Io risposi che l'unico modo per ridurre a unità indagini era l'avocazione, e non c'erano gli estremi. “Avocazione no, ma coordinamento sì”, rispose Mancino».
Dunque, niente pressioni. Né da Mancino né tantomeno dal defunto D'Ambrosio, morto d'infarto nell'estate dei veleni del 2012 quando poi su Napolitano intercettato scoppiò il putiferio. Grasso ha ricordato un incontro con D'Ambrosio alla Luiss in cui si parlò di Mancino. «Non parlammo però - ha precisato, dicendo che D'Ambrosio si sentiva tormentato dall'ex senatore Dc – dell'oggetto delle ansie. Sapevo benissimo qual era il problema del senatore Mancino, la procura di Caltanissetta aveva scritto che non ravvisava responsabilità penali nei confronti di politici, altre procure lavoravano in maniera diversa». E quindi si arriva ad aprile del 2012, alla riunione convocata dal pg della Cassazione, Gianfranco Ciani, sul coordinamento delle procure, dopo che il Colle aveva segnalato le lagnanze di Mancino. «Le fu chiesta l'avocazione dell'indagine?», insistono i pm. E Grasso, tranchant: «No, fui io a parlare di avocazione per dire che non era possibile». Una domanda reiterata più volte, tanto che a un certo punto Grasso sbotta: «Mi si può dare atto che non c'è mai stata alcuna interferenza da parte del procuratore nazionale dell'epoca su questi temi». «Nessuno lo ha mai lontanamente ipotizzato», replica piccato Messineo. Non è stata l'unica schermaglia tra teste e Procura. I pm di Palermo, evidentemente, non hanno perdonato a Grasso di non essersi schierato con loro nel dirimere lo scontro con Caltanissetta sulla mancata circolazione delle notizie sulla gestione di Massimo Ciancimino, arrestato dal pool di Palermo all'epoca guidato da Ingroia all'insaputa dei colleghi nisseni che lo indagavano per lo stesso reato, la calunnia all'ex capo della Polizia De Gennaro. Sul banco dei testimoni ieri anche il segretario generale del Quirinale Donato Marra. Pure lui ha ribadito che da parte del Colle, nella trattazione degli esposti di Mancino, non ci fu «anomalia».

Mancino parlò con Grasso, con Napolitano, col suo consigliere giuridico Loris D'Ambrosio e scrisse una lettera al Colle


di Mariateresa Conti


Tra il 2011 e il 2012 Mancino temeva di essere stritolato dalle diverse inchieste sulla trattativa Stato-mafia

Commenti

angelomaria

Sab, 12/07/2014 - 19:07

COME SENATORE O MAGISTRATO TUTTI SANNO CHE MANCINO ERA IN MEZZO