Grazie a contributi ad hoc usufruiscono di un assegno più pesante. Cgil e Uil: «Nessun privilegio»

Roma. Svolgere il mestiere di sindacalista è conveniente, soprattutto al momento di andare in pensione. È quanto emerge dall'indagine «Porte aperte» dell'Inps che ieri ha pubblicato un mini-dossier sugli assegni previdenziali dei rappresentanti dei lavoratori. In particolare, i sindacalisti che si trovano a godere del regime ante-riforma Fornero (o che avevano più di 18 anni di contributi prima della riforma Dini del 1995) possono e potrebbero godere di trattamenti del 27% più elevati rispetto a un lavoratore con lo stesso montante contributivo. Come si spiega questo arcano? Con la cosiddetta «contribuzione aggiuntiva», ossia i contributi versati dal sindacato per i lavoratori in aspettativa o in distacco che ricoprono cariche all'interno delle organizzazioni.

L'aspettativa, vale la pena ricordarlo, è la sospensione del rapporto di lavoro per ricoprire l'incarico nel sindacato che non dà diritto alla retribuzione ma al versamento dei contributi figurativi che sono a carico della gestione previdenziale (Inps o altro ente). Il distacco, invece, è l'aspettativa retribuita. Se il sindacato paga il lavoratore più del suo salario figurativo (cioè senza bonus, straordinari e altri premi), è buona prassi versare i contributi aggiuntivi che si sommeranno a quelli figurativi. Grazie a un decreto attuativo (il dlgs 564 del 1996) della riforma Dini, i sindacalisti possono godere di questo vantaggio in quanto la contribuzione aggiuntiva va a sommarsi sul montante pre-riforma, cioè quello agganciato alla retribuzione facendo lievitare i trattamenti. Secondo le simulazioni dell'Inps, se tale cifra finisse nella parte contributiva delle pensioni, queste si ridurrebbero da un minimo del 15% a un massimo del 66 . Una notazione non casuale quella dell'ente di Tito Boeri in questi giorni di polemiche sindacali contro il governo su flessibilità dei pensionamenti e decurtazioni degli assegni. Con questa sottolineatura, per altro già emersa nei mesi scorsi, Matteo Renzi & C. sganciano una bomba su Cgil, Cisl e Uil i cui dirigenti sono i primi beneficiari del regime attuale. Non a caso l'indagine «Porte aperte» ricorda alcuni dati sul costo delle organizzazioni a carico della collettività. Il primo è quello diffuso dall'ex ministro della Pa Brunetta ai tempi del governo Berlusconi: nel 2010 le assenze dei dipendenti pubblici per permessi e distacchi sindacali sono costate 113,3 milioni di euro. Le banche dati Inps hanno, invece, rimarcato che nel 2013 erano 2.773 i dipendenti del settore privato andati in aspettativa sindacale, mentre nel pubblico si sono registrati 1.045 distacchi e 748 aspettative.

Secondo i dati del ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, a un'interrogazione del deputato di Sc Sottanelli, tra il 1996 e il 2011 ben 17.369 sindacalisti si sono avvantaggiati del dlgs 564 al momento di andare in pensione. Ai vecchi tempi bastavano 30 giorni di distacco per godere della maggiorazione e qualche caso di nepotismo nella Triplice c'è stato. L'Inps, però, non è in grado di quantificare il costo delle contribuzioni aggiuntive. Queste ultime sono a carico della collettività che con i propri contributi paga le pensioni in essere. I numeri instillano, comunque, qualche dubbio sulla titolarità del sindacato a trattare sull'equità generazionale in materia di pensioni. Ma le sigle non ci stanno. Nessun privilegio, dicono. «La Cgil - recita una nota - per i lavoratori in distacco o in permesso impegnati nel sindacato applica le leggi». E il segretario confederale della Uil, Domenico Proietti: «È grave che l'Inps diffonda notizie imprecise. Quando si parla di regole “molto vantaggiose” per i sindacalisti si esprime una valutazione così generica e sommaria da far sospettare che l'intento sia di ingenerare discredito e non di fare chiarezza».