Grigio, servile e iellato: il modello Fantozzi non invecchierà mai

L'attore fu ispirato dall'esperienza all'Italsider. Piace agli uomini perché un po' ci si riconoscono

Il paradosso di Fantozzi è che c'era già. E sopravviverà alla morte del suo volto transeunte. Ugo Fantozzi, «matricola milleunobarrabis, ufficio sinistri», è una maschera universale che tutti a turno indossano e che nella storia della letteratura tanti, da Gogol a Cechov, hanno descritto per pochi eletti. Villaggio lo ha descritto con mostruoso successo per noi, per tutti i Fantozzi del mondo, quelli che dicono «è un bel direttore» nonostante gli augurino i più atroci tormenti, viaggiano sulla Bianchina sognando la Ferrari, vivono pedinati dalla nuvoletta dell'impiegato e, nella mescolanza di sadomasochismo e utopia, indossano a turno i pantaloni ascellari o il basco inclinato a mo' di psicobiglietto da visita persino di fianco alla «pecora rossa» Folagra, «sempre schivato per paura di essere compromessi agli occhi dei feroci padroni».

Fantozzi è metacomunista, quindi eterno. Anche Cordero di Montezemolo o Murdoch sono a turno Fantozzi. Anche Di Caprio o Rocco Siffredi sono estemporaneamente Fantozzi. Fantozzi è umiliante quando in lui ritroviamo i comportamenti degli altri, ma consolatorio quando siamo noi ad averli. Fantozzi piace più agli uomini perché rivedono il Fantozzi che c'è implacabilmente, inevitabilmente, servilmente in loro. Piace meno alle donne perché vedono il Fantozzi che è nel loro uomo, altrettanto inevitabile ma drammaticamente poco gradito. Un cul de sac dal quale non si esce e nel quale c'è il successo di un protagonista assoluto che è il più grande dei comprimari perché rinuncia consapevolmente al protagonismo più volatile e caratteriale: «Io sono indistruttibile, e sai perché? Perché sono il più grande perditore di tutti i tempi. Ho perso sempre tutto: due guerre mondiali, un impero coloniale, otto - dico otto! - campionati mondiali di calcio consecutivi, capacità d'acquisto della lira, fiducia in chi mi governa...». La sublimazione della normalità nell'elogio della sconfitta: ecco la ragione per la quale i dieci film di Fantozzi (qualcuno davvero mediocre) sono replicati senza sosta, i libri hanno venduto milioni di copie, le battute sono entrate nel linguaggio comune. Tutti hanno detto almeno una volta: «Il suo è culo, la mia è classe». Oppure, per descrivere una situazione di imbarazzo, «era nel pallone più completo: mani due spugne, salivazione azzerata, manie di persecuzione, miraggi!». La forza di una maschera è di non uscire mai di scena, di sopravvivere al tempo in cui nasce, di vestire padri e figli. Arlecchino servitore di due padroni è così. Pantalone anche. E Fantozzi pure, perché il sogno di tutti, confessato o inconfessabile, è di poter dire almeno una volta nella vita che «la Corazzata Potëmkin è una cagata pazzesca» guadagnandosi «92 minuti di applausi» e pazienza se poi al terzo giorno la polizia «si incazza davvero». Il paradosso è l'anestesia della mediocrità.

E «lei venghi qua, no vadi là», dalla colonna sonora del primo film del 1975 è lo slogan della confusione passiva del dipendente ma anche del «padrone», indifferenti al congiuntivo come segno di cultura, attenti più all'uscita dall'ufficio con «lo stesso rituale della partenza dei cento metri di una finale olimpica» o alla simbolica prostrazione dei dipendenti come nella sfida a biliardo con l'«onorevole cavaliere conte Diego Catellan», l'ex «gran maestro dell'ufficio raccomandazioni» che da millenni è simbolicamente lo spauracchio di tutti.

L'amore, poi.

«Pina ma allora... vuol dire che tu mi ami?», «Ugo, io ti stimo moltissimo», è il copione che tutti temono e pochi riconoscono di vivere o di avere vissuto qualche volta magari senza accorgersene. Forse per questo Fantozzi è una maschera che solo Paolo Villaggio, nella nostra epoca, avrebbe potuto interpretare così bene, nonostante all'inizio l'avesse lui stesso proposta sia a Pozzetto che all'amico Tognazzi. Per recitarla al meglio, bisogna essere il contrario del ragionier Fantozzi Ugo: arroganti e presuntuosi. Villaggio lo era, ben sapendo però di essere un arrogante posticcio, un Fantozzi mascherato, uno che, nonostante fama e premi e milioni, in fondo era più soddisfatto di essere «un povero Cristo» universale che un «megadirettore ereditario dottor ing. granmascalzon. di grancroc» destinato a svanire appena si spengono le luci di scena, senza ricevere neanche una briciola dell'eternita che Fantozzi ragionier Ugo ha iniziato a vivere al primo ciak.