Gufi in picchiata su Renzi: "Riprediamoci il Pd"

Da Cuperlo a Speranza, l'ala sinistra del partito attacca il segretario: "Dobbiamo ridefinire la nostra identità, la propaganda da sola non serve"

Matteo Renzi è simile a papa Francesco in un punto: attira i lontani e può allontanare i vicini. Lo scriveva Piero Schiavazzi in un bell'editoriale comparso a ottobre sull'Huffington Post.

Se la Chiesa di Bergoglio raccoglie molte simpatie tra i non credenti pur disorientando molti suoi fedeli, anche il segretario del Pd sembra rivolgersi non solo agli iscritti ma anche, e forse soprattutto, agli elettori.

A testimoniare il mal di pancia interno al partito è naturalmente la sinistra più accesa, capitanata da Cuperlo e Speranza. Rispetto a un anno fa, la pattuglia degli ex comunisti è decimata. Civati e Fassina hanno lasciato, Bersani e Bindi non si presentano nemmeno. Dopo la relazione del segreario-premier, infarcita di promesse elettorali, l'ala sinistra del partito passa all'attacco.

Cuperlo, tra i primi a prendere la parola, chiede una "riflessione seria per ridefinire l'identità del partito." Chiede chiarezza: "Vogliamo guardare a sinistra, come ha fatto Pisapia a Milano, o continuare con le larghe intese filocentriste?" Poi se la prende con l'Italicum, che rischia di "tagliare le ali", finendo per alimentare i trasformismi. Finisce gettando sale sulle ferite - o forse, come dice lui, facendo luce sui problemi: da Roma alla Sicilia, i fronti aperti sono tanti.

Il bersaniano Alfredo D'Attorre è ancora più duro: "Più che un'assemblea di partito, sembra una convention organizzata da Berlusconi". Renzi incassa senza battere ciglio, siede anche mentre la platea si svuota e mastica nervosamente un chewing-gum.

Il fuoco di fila prosegue. Parla Speranza, un altro più volte sull'orlo della rottura: "Le scelte di Fassina e Civati devono farci riflettere, non possiamo liquidarle con una scrollata di spalle." Spara ad alzo zero, sulla riforma del Senato, "che andrebbe eletto direttamente"; spara sulla riforma del mercato del lavoro, perché se schiacciamo la testa al sindacato tagliamo il ramo su cui siamo seduti." Insomma, per usare una metafora ornitologica, "non siamo gufi ma nemmeno struzzi".

Renzi, previdente, aveva anticipato le critiche liquidando le difficoltà elettorali delle ammistrative come episodi marginali e dicendo chiaramente di "non avere intenzione di passare due anni a inseguire i musi lunghi."

Significativamente, uno degli interventi più applauditi è quello dell'europarlamentare piemontese Daniele Viotti. Che si può sintetizzare in questa frase: "Dici di non voler parlare di Pd, ma questa è l'assemblea del partito, non la conferenza dei gruppi parlamentari". La platea, pur semivuota, mugghia. Nel Pd, sembrerebbe, c'è una gran voglia di discutere. Come da tradizione.

Commenti

unosolo

Sab, 18/07/2015 - 15:17

poveri democratici , hanno inserito nelle loro direzioni gente di tutti i livelli e culture , non che sia sbagliato , il fatto è che li hanno assorbiti per avere i numeri , ci sono riusciti ma oggi gli si sono rivolti contro in quanto hanno distrutto una Nazione che funzionava sul lavoro , oggi funziona solo come sistema parassitario , quel sistema distrugge non solo la nostra nazione ma tutta quella economia che risulta sparita , nascosta insomma gli investitori si guardano bene dall'investire da noi , troppe tasse in quanto i soldi servono per il parassitario e i conti in banca di chi spendeva si svuotano gonfiando solo quello dei ricchi .