«Ho deciso di sedermi in panchina» Ecco il passo indietro di Bertolaso

Anna Maria Greco

Roma In questi giorni ha molto giocato sul confronto con Francesco Totti e ora, nel momento più difficile, Guido Bertolaso pensa ancora al campione giallorosso. «Ho deciso di sedermi in panchina», scrive nella sua nota.

In panchina, come il fuoriclasse numero 10, ancora osannato dai fans. Così vuole essere Guido, che lascia la corsa a candidato sindaco di Fi, per far posto ad Alfio Marchini, cercando di mantenere alta la testa. Ma è stato costretto a farlo e sembra che non l'abbia affatto presa bene.

Il risentimento, però, deve metterlo a tacere e ammantarlo di nobili parole. Dire che ha deciso di lasciare il campo «per consentire alle forze che si riconoscono nei principi del liberalismo e del cattolicesimo di unire i loro sforzi e partecipare alla competizione elettorale puntando a vincere e non solo a testimoniare».

È stata una prova dura quella del colloquio con Silvio Berlusconi a Palazzo Grazioli. Già il giorno prima si era preparato al passo indietro, ha trattato su qualche contropartita, ma ora è il momento dell'annuncio ufficiale. Mentre Bertolaso esce dal palazzo, verso ora di pranzo, viene diramato il comunicato stampa che annuncia l'appoggio di Fi a Marchini.

Lui, Guido, manda giù il boccone amaro insieme a un pasto leggero in un ristorante del centro, con tre dei suoi più stretti collaboratori. Si aggira in una Roma tappezzata dei manifesti con il suo volto, ormai da mandare al macero e di quelli di Alfio, con il cuore rosso e il motto «Liberi dai partiti», che ora suona un po' paradossale.

L'umore di Guido? Nero, come potrebbe essere? «Ma non è abbattuto - dice chi gli sta al fianco in queste ore - perché non si abbatte mai. È un uomo forte, non conosce la resa. È un caposquadra e cerca di tenere su il morale della truppa». La delusione c'è, in lui e attorno a lui. È palpabile quando nel pomeriggio va al comitato elettorale di via Aurelia e incontra i suoi «ragazzi», qualche sostenitore con cui aveva appuntamento. Parla con tutti, Guido, spiega, consola. Con gli altri decide come scrivere la nota: «Fin dall'inizio ho accettato di partecipare a una sfida che sapevo difficile a causa delle fibrillazioni del sistema politico italiano. Pensavo e penso tuttora che la rigenerazione dei partiti non possa prescindere dalla qualità degli uomini che sono chiamati alle relative responsabilità».

Chi gli si stringe attorno vuol sapere ora che ruolo avrà, se ne avrà uno nel Comune o dove. Non si rassegnano, i suoi ragazzi, a un'uscita di scena senza alternative. «Con il suo curriculum - dicono -, con la sua esperienza, non può essere secondo a nessuno». Appunto, un ticket con Marchini Bertolaso non sembra disposto ad accettarlo. Forse qualche ruolo in Fi, chissà. Lui spiega: «Resto comunque a disposizione della mia città, che amo come una seconda famiglia, per poter svolgere quel ruolo che ritengo indispensabile per la sua rinascita, nella speranza che il futuro sindaco sia in grado di restituire dignità alla città più bella del mondo per trasformarla in quello che finora non è stata: una grande capitale europea al servizio dei suoi cittadini e dell'intera nazione».

Parole alte, dignità da mostrare. E la metafora calcistica che gli ronza nella testa. Poche ore fa aveva raccontato: «Con Marchini ci siamo sentiti al telefono: mi ha detto che io sono Totti e lui è Spalletti». Ma l'allenatore, in realtà, si chiama Berlusconi e ha deciso che il derby di Roma il vecchio capitano non deve giocarlo. Gli indica la panchina.

Bertolaso deve ridisegnarsi un futuro, mentre gli azzurri che ieri lo salutavano con le palme virano sugli osanna ad Alfio. Vince l'ala romana di Fi, che ha sempre tifato per Marchini, contro quella del Nord che pendeva per la Meloni. Forse Guido di veri fans ne ha sempre avuti pochi.