I 5 Stelle come Masaniello e Di Pietro: cadranno sulla questione morale

C'è un precedente storico e c'è un precedente politico. Il precedente storico è Tommaso Aniello detto Masaniello, che nel 1647 guidò la rivolta popolare di Napoli. Evento che tre secoli più tardi Benedetto Croce liquidò così: «Uno dei tanti moti plebei senza bussola e senza freno, senza capo né coda, senza presente e senza avvenire». Il precedente politico si chiama Antonio Di Pietro: il magistrato che si fece leader politico, che fondò un partito intitolato nientemeno che ai «valori», che cavalcò l'onda manettara del risentimento popolare contro la politica e che dovette poi ritirarsi a vita privata travolto dagli scandali. Sono questi i precedenti del Movimento 5 Stelle in generale e di Giggino Di Maio in particolare. Anche i grillini hanno fatto della furbizia la propria arte e della lotta con il popolo e per il popolo la propria bandiera. Anche i grillini hanno fatto del mito dell'onestà in politica («l'ideale che canta nell'anima di tutti gli imbecilli», osservò, ancora, Croce) la propria retorica e della purezza ideale il proprio crisma. Più dell'evidente incapacità politica e del sistematico tradimento delle promesse elettorali, fatale, per i grillini, sarà pertanto la questione morale. Ovvero, l'incapacità di tener fede agli imperativi etici che avrebbero dovuto rappresentare la loro bussola lungo la strada del potere. Siamo già a buon punto. Archiviati i miti della trasparenza assoluta, dell'uno vale uno, delle scelte condivise, dell'indisponibilità a stringere alleanze di governo, della rinuncia a cariche elettive «al primo avviso di garanzia», restano il conflitto di interessi della Casaleggio & associati, gli amici di infanzia assunti a palazzo Chigi, i candidati trombati alle elezioni ricompensati con incarichi pubblici, gli alloggi popolari assegnati a familiari privi dei titoli necessari, i condoni edilizi e quelli fiscali... fino, naturalmente, alle beghe di casa Di Maio. Niente di straordinariamente grave, ma la notizia c'è. Come il prete sorpreso ad andare a donne pur avendo pronunciato voto di castità, l'aver fatto della superiorità morale la propria cifra politica espone i grillini a un legittimo fuoco di sbarramento mediatico e alla più classica delle eterogenesi dei fini. Non basterà il ritorno in scena di Alessandro Di Battista nel ruolo di puro più puro che epura Di Maio a restituire al Movimento la verginità perduta. Ce lo insegnano la storia di Masaniello e la parabola di Di Pietro.