Ma i colonnelli di Fi sono prudenti

Romani e Toti aspettano, Gelmini e Carfagna con «Mister Chili»

Roma La mossa di Berlusconi di lanciare Parisi continua a scuotere Forza Italia. L'ex manager va avanti come un treno e poco si cura dei cosiddetti colonnelli, forte del suo canale privilegiato con Arcore. Naturalmente l'atteggiamento della classe dirigente del partito, nei confronti di Mister Chili, non è monocolore. Particolarmente sospettosi sono i due capigruppo Paolo Romani e Renato Brunetta ma anche il governatore della Liguria Giovanni Toti. Il loro scetticismo poggia più che altro sulla futura linea politica di Forza Italia e, a cascata, sulle future alleanze. I timori principali sono che Parisi possa imprimere una svolta centrista a Forza Italia e, in ultima analisi, resuscitare il clima del Nazareno. Il che vuol dire salutare definitivamente gli alleati storici di Lega e Forza Italia; ma soprattutto quella fetta di elettorato allergica ad ogni tipo di consociativismo con il Pd.

Parisi cerca in ogni modo di sottolineare la sua differenza con il Pd. È e vuole anche apparire l'anti-Renzi: piccona la riforma della Costituzionale, contesta l'approccio statalista dell'economia, nega qualsivoglia suggestione nazarenica. Ma non basta. Le regole d'ingaggio del suo mandato, per qualche azzurro, non sono abbastanza chiare: si teme che Parisi abbia il compito preciso di rottamare tutti. O quasi tutti. Non basta la rassicurazione parisiana del «voglio solo dare un contributo» e quindi i mal di pancia continuano. Toti è forse il più esposto nell'esprimere i suoi dubbi e rinsalda i suoi rapporti con Salvini. Ma anche Brunetta graffia, rilanciando gli stati generali del centrodestra che devono coinvolgere: «Forza Italia, Lega, Fratelli d'Italia, Idea di Quagliariello, Rivoluzione cristiana di Rotondi, l'Udc di Cesa, i Conservatori e riformisti di Fitto, Schifani, che ora è tornato con noi, Mario Mauro e Parisi, se vuole starci». Così, per ultimo. Malpancista anche Paolo Romani che teme l'abbraccio con chi già tradì Berlusconi.

Per ora il dibattito è tutto un borbottio più o meno sotterraneo dove però continua a far capolino la parola «primarie». È un modo per mettere in guardia Parisi: attento che la leadership va conquistata con il consenso. Peccato che al Cavaliere le primarie continuino a far venire l'orticaria. Berlusconiani a prescindere, e quindi pronti a seguire il nuovo corso parisiano, sono Gelmini, Marin, Bernini, Tajani, Carfagna, Prestigiacomo.

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