I democrat vogliono evitare l'imbarazzo in caso di elezione di De Luca

RomaCaldoro pensaci tu. Nel teatrino diventato all'improvviso teatro dell'assurdo e farsa di Scarpetta, delirio personale ed equivoca sentina d'interessi non confessabili, la rielezione a governatore di Stefano Caldoro, «il galantuomo», come l'ha definito Silvio Berlusconi, rappresenta la via d'uscita che ormai persino Matteo Renzi «caldoreggia», come dicono scherzandoci su i ben informati. Nonostante abbia contribuito non poco a costruire questo castello irreale, dove la protervia guappa s'è imbattuta in un provincialissimo sogno di gloria eterna, ecco che il premier parrebbe aver imboccato la strada del ritorno al buonsenso, alla realtà, alla sobrietà. In tre aggettivi, il ritratto di Stefano Caldoro.

Tra i renziani, perciò, c'è già chi cerca di metterci una pezza, almeno dal punto di vista comunicativo. Ricordando, per esempio, come Renzi abbia subìto fin dal principio lo straripante De Luca. Al punto che il candidato inviato a Napoli come alfiere del nuovo corso, Gennaro Migliore - che per l'impresa renziana aveva tradito Sel e gli ardori giovanili -, s'era ritirato subito dopo aver toccato con mano, nelle primarie, a che punto fosse ormai giunta la metastasi-De Luca nel Pd campano. Un partito sempre orfano di Bassolino, travagliato da scandali e infiltrazioni, e fatalmente attratto, specie in provincia, dalla voglia di vincere a ogni costo. In poche parole, voglia di uno spregiudicato sindaco-sceriffo alla De Luca.

Così che oggi, a tifare per Caldoro non c'è soltanto Napoli e il centrodestra, ma la legalità. Concetti rafforzati dalla misurata conferenza stampa di ieri nella quale il presidente uscente ha ricordato i pochi fondamentali mattoni cui aggrapparsi nel marasma. Primo. «Con l'ordinanza della Cassazione, non c'è alcuna possibilità di avere un presidente, qualora fosse eletto De Luca». E la tristezza di Caldoro, in questo caso, s'unisce a una grande rabbia: perché «a lungo s'è voluto coprire questa vicenda» e perché «è un caso unico al mondo, un brutto esempio, dopo tutto quello che abbiamo fatto per dare alla Campania un'immagine diversa in termini di legalità: con che faccia potremmo chiedere ai cittadini di rispettare la legge? Un messaggio devastante». Il secondo punto è scontato: «Non possiamo permetterci questo caos, quest'incertezza, questo vuoto di potere». C'è una distanza enorme, dice Caldoro, «tra i campani che chiedono di risolvere i mille problemi e le ambizioni di un singolo dettate da voglia di rivincita, una forma di egoismo». Realismo che porta dritti al terzo punto: «Nel caos istituzionale che deriverebbe da una vittoria del mio rivale, che non potrebbe nominare neppure un vice, si finirebbe con la sua decadenza. Dunque, un ritorno al voto con uno spreco di circa 24 milioni di euro». Eppure, prima che si arrivi a questo, come i sondaggi delle ultime ore registrano, c'è una via d'uscita quasi onorevole: la rielezione di Caldoro. Dove il «quasi» sta tutto nella delusione del governatore: un molisano che a Napoli ha imparato come i Pulcinella, fuori contesto, sono solo dannazione e non vanto di un'intera regione.