Con i democratici in pieno marasma Donald è tranquillo

Per i prossimi due anni avrà in mano tutti i poteri dello Stato

Un giorno soffia caldo, un giorno soffia freddo. Venerdì Donald Trump ha nominato tre superconservatori, suoi fedelissimi fin dall'inizio, a posti chiave come il ministero della Giustizia, la Cia e il Comitato nazionale per la sicurezza. Ieri ha incontrato Mitt Romney, l'esponente dell'establishment repubblicano moderato che più aveva contrastato la sua ascesa, tra voci che potrebbe addirittura designarlo per la Segreteria di Stato. Si direbbe che dopo avere premiato gli uomini che più lo hanno aiutato a vincere, mandando così un segnale su quale sarà l'orientamento della sua amministrazione, egli si preoccupi ora di ricucire con gli avversari interni e soprattutto con gli alleati, che continuano a guardare a lui con grande diffidenza.

Per questo, sono molto significative le due conversazioni telefoniche che ha avuto ieri con il segretario generale della Nato Stoltenberg e con il presidente del Consiglio europeo Tusk. Il primo si è detto molto soddisfatto dello scambio di opinioni, esprimendo la certezza che l'America di Trump continuerà a essere il Paese guida dell'Alleanza, ma dando sostanzialmente ragione al neopresidente quando pretende dagli alleati europei un maggiore sforzo finanziario. Tusk, che ha preso l'iniziativa della chiamata (visto che il presidente Juncker aveva fatto degli apprezzamenti quasi ingiuriosi su The Donald, che difficilmente perdona questi sgarbi) è stato addirittura invitato alla Casa Bianca subito dopo l'insediamento.

Per adesso Trump tiene i contatti con gli statisti del mondo dal proprio quartier generale newyorchese, senza passare dal Dipartimento di Stato e avvalendosi perfino dei propri interpreti. Ha fatto scelte curiose: la prima telefonata che ha preso è stata quella del presidente egiziano Al Sisi (con cui Obama andava assai poco d'accordo), il primo leader mondiale che ha incontrato è stato il premier giapponese Abe e il primo ambasciatore che ha ricevuto è stato l'israeliano Derner. Non si sa chi abbia assistito a questi colloqui, ma il generale Keane, ex clintoniano passato nel suo campo, ha fatto sapere che Trump ha dimostrato una inaspettata disinvoltura nel trattare temi di cui fino alle elezioni sapeva poco o nulla.

Per quanto il Paese resti più che mai spaccato in due, per quanto addirittura molte coppie si siano divise a causa del voto, per quanto la maggioranza dei giornali continui a sparare a zero su di lui e alcuni articolisti pronostichino addirittura che entro due anni sarà sottoposto a impeachment per i suoi affari, Trump si trova in realtà in una eccezionale posizione di forza: almeno per i prossimi due anni, controllerà tutti i centri di potere, dalla Casa Bianca al Senato, dal Congresso alla Corte suprema e soprattutto se riuscirà, grazie anche all'abile mediazione del suo vice Pence, a fare definitivamente pace con il suo partito - potrà perciò realizzare senza troppa difficoltà i suoi obbiettivi.

Non è per ora dato sapere quali saranno le sue priorità, anche se, conoscendo l'uomo, è probabile che darà la precedenza a quelli più popolari, come la politica anti-immigrazione, un rallentamento della corsa alle energie rinnovabili e quel tanto di misure protezionistiche sufficienti a far sperare ai suoi elettori delle classi operaie di ritrovare presto un posto di lavoro. Per quanto riguarda la politica estera, dovrà in primo luogo superare le divergenze già emerse tra i suoi collaboratori sui rapporti con la Russia, gli accordi con l'Iran e la situazione in Siria, il cui presidente Assad, che Obama voleva far fuori, si è ora proposto come alleato contro l'Isis.

Un altro elemento che gioca a favore del neopresidente è l'estrema debolezza del partito democratico dopo la sconfitta. Hillary è ormai rassegnata a fare la nonna, il suo avversario delle primarie Sanders è troppo vecchio e troppo di sinistra, il nuovo leader del Senato Schumer non sembra avere la statura necessaria, la vecchia leader del Congresso, Nancy Pelosi, rischia addirittura di essere fatta fuori e la stella nascente Elizabeth Warren è troppo radicale. È chiaro che il partito ha bisogno di una nuova politica e di una nuova guida. Finché non li avrà trovati, The Donald ha poco da temere da lui.