I due incubi di Di Maio: perdere Palazzo Chigi e la ribellione della base

Il grillino: «Se riusciamo a fare il contratto, sarà una bomba». E poi si affida ai gazebo

Il punto di rottura, dalle parti del Movimento cinque stelle, è sempre lo stesso: il ruolo di Luigi Di Maio. Il capo politico, fino all'ultimo sperava di poter fare davvero come hanno fatto in Germania. Ovvero «il premier lo fa il leader del partito più votato tra i due contraenti del contratto». Nella cerchia del leader grillino si continua a ragionare paragonando Di Maio alla Merkel. Il M5s alla Cdu. E, di conseguenza, la Lega alla Spd, nel ruolo di «sparring partner» del patto di governo. Proseguono le strategie stellate, con i conciliaboli dove si sottolinea «abbiamo preso 11 milioni di voti». Dunque il premier spetta a noi. Di Maio che ha rinunciato soltanto in extremis a Palazzo Chigi, sarebbe l'autore dei veti nei confronti di Giulio Sapelli, professore alla Statale di Milano, e, naturalmente, ha fatto di tutto per sbarrare la strada a qualsiasi personalità che sia più vicina alla Lega. Sbianchettati tutti i nomi sgraditi.

Da qui nascono le due paure del capo politico. La prima è che Salvini, nel nuovo ipotetico governo, abbia il peso di leader di tutto il centrodestra. Come ha specificato lo stesso segretario leghista all'uscita dalle consultazioni quirinalizie, presentandosi come garante dell'intera coalizione. Quasi una risposta a Di Maio che le sta provando tutte per «metterlo in minoranza» negli assetti dell'eventuale esecutivo.

Il secondo tarlo che sta rodendo le giornate e le nottate del leader è interno. E collegato all'ossessione di Di Maio per la poltrona di Palazzo Chigi. Il terrore di essere abbandonato dalla «base», che non potrebbe accettare in nessun modo il predominio della Lega nel nuovo governo. Ed ecco che la premiership diventerebbe l'unico modo per tenere unito il Movimento. Infatti lo staff è molto preoccupato da una serie di sondaggi, alcuni «coperti» e altri pubblici, che vedrebbero i pentastellati in calo quasi di 3 punti percentuali rispetto all'exploit del 4 marzo.

Nel tardo pomeriggio Luigi Di Maio interrompe il silenzio con una diretta Facebook. E, tra le pieghe degli annunci, si legge ancora la volontà di rivendicare la centralità grillina nell'accordo rispetto alla Lega di Salvini. Sottolinea Di Maio, come aveva fatto dopo i risultati del 4 marzo: «Siamo l'unica forza politica di respiro nazionale che ha vinto le elezioni. Non siamo una forza politica territoriale». Ogni riferimento ai leghisti è puramente casuale. Poi i distinguo: «Agli altri abbiamo sempre proposto un contratto, mai un'alleanza». E il paragone «tedesco»: «Noi abbiamo quasi concluso in sei giorni, loro ci hanno messo sei mesi». Di Maio si è esibito nel solito equilibrismo, parlando di «reddito di cittadinanza che non sia assistenzialismo» e di «flat tax equa». Il capo politico ha messo l'elmetto ed evocato «il carcere per gli evasori». Ostentando ottimismo: «A questo tavolo si sta facendo un buon lavoro, più ci attaccano e più sono motivato. Contro di noi eurocrati non eletti da nessuno. Certo establishment teme il cambiamento». Di Maio, allo stesso tempo, ha lasciato intendere che l'accordo non è ancora a portata di mano: «I presupposti ci sono? Dipende se riusciamo a chiudere il contratto, a mettere dentro tutti i temi che servono e a far partire questo governo. Se ci riusciamo sarà una bomba». E specifica: «Una bomba in senso positivo». Poi l'annuncio dei «gazebo del Movimento cinque stelle». I banchetti sono previsti per sabato e domenica in alcune piazze d'Italia, dove, dice il leader, «vi aggiorneremo su tutti i punti del contratto che abbiamo ottenuto».