Tra i due litiganti gode Rubio E ora tutti contro il Golden Boy

È giovane, spiritoso, ha una memoria di ferro e conosce i suoi elettori uno a uno: Trump e Cruz ora non lo snobbano più. Bush e Carson al lumicino

La democrazia americana è una macchina spettacolare che ha qualcosa in comune con il poker: chi gioca non può mai essere sicuro di avere il punto più alto ma in compenso può bluffare. Per esempio, quando qualche giorno fa il senatore texano Ted Cruz ha vinto il caucus in Iowa, si è scoperto che il suo staff aveva diffuso la voce che Ben Carson si fosse ritirato invitando i suoi sostenitori a votare per lui. Quando Carson e Cruz si sono incontrati sabato sera sul palcoscenico allestito dalla ABC per l'ultimo dibattito repubblicano, Cruz ha borbottato qualcosa come: «Scusami, Ben: è stato un equivoco dei miei aiutanti». Carson ha sospirato e risposto: «Oggi sarebbe il compleanno di Ronald Reagan il cui undicesimo comandamento era: non parlar mai male di un altro repubblicano». Donald Trump, che ascoltava col dente avvelenato con Cruz che gli ha fatto perdere il primo posto in Iowa, è intervenuto sibilando: «Lo credo, che hai vinto! Ti sei fregato i voti del povero Carson, dandolo per morto».Tensioni, punzecchiature, gelosie e colpi bassi, insieme a momenti alti e più ideologici, così è ripartito il grande show che domani si concluderà con il secondo round delle primarie nel New Hampshire, prossima tappa South Carolina. Il gioco si sta facendo duro. Pochi resteranno in campo e già cominciano a impallidire i volti di Jeb Bush, dello stesso Carson, mentre si dà per eliminata la povera Carly Fiorina benché reggesse ancora nei sondaggi. I dibattiti sono una vera decimazione seguita dal voto delle primarie. A Manchester la grande giostra sfavillante ha ripreso dunque da ieri a cigolare sui temi classici: tasse, immigrazione, terrorismo, sanità, libertà civili, aborto, spesa pubblica, tutto trasformato in spettacolo per il tifo degli elettori americani che apprezzano scontri rudi ma ben disciplinati dalle regole. È un sistema inventato due secoli fa (televisione a parte) proprio per garantire a tutti i cittadini della vasta unione di vedere i loro candidati, toccarli, contestarli o adorarli e votarli o rimandarli a casa. Molti candidati hanno finito i soldi, perché chi è rimasto con un solo milione da spendere sa che non andrà da nessuna parte ed è il caso di Ben Carson e tanti altri. Nel campo democratico chi è piena di dollari è la candidata favorita, Hillary Clinton che ha vinto il record delle donazioni di grandi aziende quotate a Wall Street che l'hanno coperta di denaro. Questo money shower la espone al massacro. Un giorno sì e uno no, Sanders, vecchio cespuglioso di estrema sinistra privo di qualsiasi senso dell'umorismo, ricatta la Clinton dicendole che è pagata da Wall Street, che è compromessa col nemico capitalista, che è lontana dalla gente che lavora, finché Hillary si è scocciata e davanti alle telecamere ha freddato Sanders: «Io faccio e dico quel che decido di fare e dire. I miei sostenitori mi finanziano per portare avanti le mie idee, non le loro. Citami una volta, una sola, in cui io avrei venduto la mia politica a Wall Street». Sanders è miope e la guardava strizzando gli occhi con un'espressione un po' attonita. Poi ha cambiato discorso e la Clinton ha portato un punto a casa. Ma Sanders mobilita gli accademici marxisti che negli Stati Uniti sono molto più numerosi e conservatori che in Europa, per quella strana deriva di estrema sinistra che ha sempre venato questo sorprendente Paese e che riemerge nei momenti topici.Il clima sul palcoscenico nell'anteprima delle primarie del New Hampshire è quello del Super Bowl del football americano: solo gli americani lo sanno giocare e alla fine vincono sempre, come diceva il famoso calciatore britannico Gary Lineker. Ed ecco dunque che in campo repubblicano si è visto un capovolgimento. Gli attaccanti Donald Trump e Ted Cruz che si contendevano il touchdown per entrare in area e vincere, si sono visti scavalcati dall'astro nascente Marco Rubio che nel dibattito-match di sabato è stato preso di mira da tutti gli altri candidati. Emerso in un competitivo e minaccioso terzo posto una settimana fa nell'Iowa, il ragazzone di famiglia cubana ha fatto venire un colpo sia a Ted Cruz che a Donald Trump. Chi è Marco Rubio? Un giovanotto atletico di quarantaquattro anni, con una vitalità superiore, col dono della battuta e preparato in maniera maniacale: sa rispondere ad ogni argomento con schede imparate a memoria (cosa che nel dibattito gli è stata rinfacciata quando gli hanno dato del secchione incompetente) e ha imparato a conoscere i suoi elettori uno per uno, nella Florida che lo ha eletto senatore. Un lavoro da orafo, da assistente sociale, da psichiatra e da consolatore in due lingue, inglese e spagnolo, come tutto il suo clan che lo sostiene senza riserve, risparmi compresi. Un conservatore ma anche un moderato. Non molla sull'aborto, tratta sul resto. I tre governatori in carica e non che sono in lizza, lo hanno linciato: Chris Christie del New Jersey gli ha gridato «non vai mai al Senato e non hai mai governato niente. Questa non è leadership, questo è assenteismo». Trump ha rincarato: «Tu sostieni che Obama sa quel che fa, ma non ti piace la sua agenda. Sbagli: Obama non ha la più pallida idea di quel che fa portando il Paese alla catastrofe». Rubio sorride e studia le mosse. Raccontano che a Natale dicesse alla gente per strada: «Visto? Non nevica. Obama e Clinton ci hanno confiscato la neve. Vi prometto una nuova America, tornata grande anche nelle nevicate». Poi arrivò il disastro di New York. Troppa grazia. Esito dunque incertissimo per martedì sera in campo repubblicano perché tutti e tre i capifila del Gop hanno titoli per battere gli altri due, ma uno solo ci riuscirà. Questo terzetto è destinato a durare finché uno non sarà espulso dagli elettori. Quelli che resteranno formeranno il team da presentare alla Convenzione repubblicana per la candidatura alla Casa Bianca.