I gemelli diversi: Salvini gongola, Di Maio rosica

Matteo è appagato. E Luigi è tormentato dal piano sfumato: lui premier, Conte ministro

Roma - Uno su tre ce la fa. Il premier Giuseppe Conte esordisce in Aula al Senato e concede a tutti l'immagine plastica degli equilibri della Terza Repubblica. Alcuni la chiamano «società dell'apparenza», altri ancora «politica spettacolo», ma di sicuro nella rappresentazione voyeuristica a favor di telecamera del «governo del cambiamento» sono le pose a contare di più delle parole. Conte parla per più di un'ora, tra applausi a intermittenza e pisolini senatoriali, però è evidente che i protagonisti della scena sono gli altri due: Luigi Di Maio e Matteo Salvini, seduti accanto al presidente del Consiglio, pronti a scortarlo per il prosieguo della legislatura. Nel campo di battaglia della comunicazione il grillino perde, il leghista vince.

Di Maio, in cravatta blu e abito grigio scuro, è impacciato, robotico, di rado alza lo sguardo. Preferisce fissare in maniera meccanica le carte disposte ordinatamente sul banco. Più che il contraente di maggioranza dell'accordo gialloverde, sembra un giovane studente impegnato a guardare il foglio bianco della traccia che non saprà risolvere. Salvini sfoggia la stessa mise del giorno del giuramento e, come in quella circostanza, fa bella mostra di baldanza, apparendo a suo agio lassù, tra i banchi del governo. Mentre il pentastellato lascia trasparire tensione, il leader del Carroccio pare un ministro navigato. Il nuovo capo del Viminale compulsa in velocità sul telefonino. Forse twitta, magari condivide con fidanzata, famiglia e amici, tutta la sua visibile soddisfazione. Tanto disinvolto da sfociare in qualche sgarbo istituzionale, considerata la sacralità del momento. Come quando mangiucchia il tappo della penna o applaude con snobismo, persino di fronte alle parole «potenziamento della legittima difesa» pronunciate da Conte. Di tanto in tanto, osserva l'Aula, da destra a sinistra, compiaciuto della sua postazione privilegiata. A un certo punto ammicca, accenna a un mezzo sorriso e gira la testa per guardare il premier, quasi a fargli sentire tutta la pressione addosso. Quando si tratta di battere le mani, Salvini chiama l'applauso, Di Maio segue a ruota.

Il capo politico grillino è pensoso, riflette su quanto sarebbe stato bello essere seduto nella poltrona accanto, a quanto ci era arrivato vicino a quel sogno, perseguito dal momento in cui è stato eletto vicepresidente della Camera all'inizio della scorsa legislatura. Perché Conte era stato indicato dal M5s come ministro della Pubblica amministrazione, in un governo a guida Di Maio. Non viceversa. Nella posa contratta del fu candidato premier stellato si percepisce delusione e altrettanta preoccupazione. Per il traguardo della vita sfumato e l'esuberanza del socio leghista. Una hybris che ha già conquistato le prime pagine dei giornali.

Il «superministro» di Lavoro e Sviluppo Economico non cambia mai posizione ed espressione per quasi l'intera durata dell'interminabile lezione del prof. Conte. Occhi spauriti e avambracci poggiati sul banco, testa bassa. Con lo sguardo rivolto ai rimpianti del recente passato, più che agli obiettivi dell'immediato futuro.