I governatori rossi ricorrono alla Consulta Toti: sono strumentali

Toscana, Piemonte e Calabria si affidano alle toghe per fermare il decreto sicurezza

I l decreto Sicurezza divide l'Italia in due e dopo la ribellione dei sindaci scatta pure la rivolta dei governatori. Ma anche in questo caso, come in quello che coinvolgeva i primi cittadini, le posizioni divergono e non tutti i presidenti di regione dichiarano guerra alle norme volute dal vicepremier Matteo Salvini. In un'Italia che sembra tornata all'insanabile conflitto tra Guelfi e Ghibellini guidano la rivolta contro il ministro dell'Interno le regioni rosse: il Piemonte di Sergio Chiamparino e la Toscana di Enrico Rossi seguite a ruota dalla Calabria di Mario Oliviero. L'arma sguainata dal Pd è il ricorso alla Corte Costituzionale contro una legge giudicata disumana perché vìola i più elementari diritti dell'uomo. Dall'altra parte, oltre naturalmente alle regioni governate dal Carroccio, anche la Liguria di Giovanni Toti, Forza Italia, che parla di polemica strumentale a fini elettorali. «Dietro la disobbedienza civile dei sindaci al decreto Salvini c'è una volontà politica: è un tema da campagna elettorale e Chiamparino lo cavalca in vista delle prossime elezioni in Piemonte - dice Toti -. Il decreto Sicurezza contiene norme di buon senso che ristabiliscono principi di legge in vigore in tutte le democrazie occidentali. L'esecutivo non è razzista e non c'è la necessità di azioni di disobbedienza civile».

Sul fronte opposto Rossi che annuncia il ricorso della Toscana alla Corte Costituzionale «con una delibera che sarà approvata nella seduta di giunta lunedì (domani ndr)», perché, prosegue, il decreto Salvini è «una legge disumana che mette sulla strada decine di migliaia di persone che saranno preda dello sfruttamento brutale e della criminalità organizzata, aumentando l'insicurezza». Sulla stessa linea Chiamparino: «Non possiamo stare a guardare: stiamo valutando se esistano i fondamenti giuridici per un ricorso della Regione, direttamente o come tramite dei Comuni, alla Corte Costituzionale».

Uno dei principi costituzionali violato dal decreto è quello del diritto alla salute, tutelato dall'articolo 32 della nostra Carta Costituzionale. Ma la questione non si pone neppure secondo Toti perché si tratta di un principio inviolabile che non viene messo in discussione. «È ovvio che Salvini dovrà lavorare per rendere effettive le norme attraverso i decreti attuativi - ragiona il governatore -. Ma il diritto alla salute di tutti verrà rispettato. Anche un criminale che si presenta al pronto soccorso viene curato. Il principio costituzionale non si può violare altrimenti si porrebbe un problema».

Anche il presidente emerito della Consulta, Cesare Mirabelli, ritiene che la questione cruciale per il ricorso sia quella del diritto alla salute e non invece «la questione dell'anagrafe», che era stata sollevata da molti sindaci perché l'articolo 13 del decreto vieta l'iscrizione all'anagrafe per lo straniero con permesso di soggiorno, negandogli così di fatto la residenza.

Oltre alle questioni di principio, sindaci e governatori «contro» sostengono che il decreto è inapplicabile anche per motivi pratici. Anche questa appare una polemica strumentale a Toti che però avverte Salvini: passare dalla dichiarazione d'intenti alla pratica non sarà facile. «Indispensabile velocizzare le procedure - osserva Toti -. Non si possono aspettare anni per riconoscere lo status di rifugiato a chi lo richiede. Bisogna fare in modo che chi non ha diritto venga rimpatriato al più presto». Per Toti «dopo la sciagurata gestione degli ultimi cinque anni della crisi migratoria nel nostro Paese» il decreto Salvini contiene norme di buon senso che ristabiliscono principi di legge che erano diventati labili.