I pomodori di Fanfani e quel Roma-Tokyo senza fiato

Tre giorni in Giappone al seguito del leader. Gli inviati stremati, lui in perfetta forma

Ripubblichiamo l'articolo scritto dal nostro collega Gian Battista Bozzo nel 2014 per l'inserto uscito in occasione dei 40 anni del Giornale. E' il racconto di uno dei suoi viaggi da inviato in Giappone, nel 1987, al seguito dell'allora presidente del Consiglio Amintore Fanfani.

Roma - «Prepara una borsa, domattina vai a Tokyo con Fanfani». Siamo abituati agli ordini perentori del capo della redazione romana del Giornale, ma stavolta mi pare davvero troppo. A Tokyo, in capo al mondo, andata venerdì e ritorno domenica, una follia. Ad accompagnare un vecchietto di quasi ottant'anni, «che magari mi muore in viaggio, Dio ci scampi». Fanfani è presidente del Consiglio di un governo sfiduciato, in carica con un unico compito: portare al termine il summit del G7 a Venezia. Da qui il fine settimana a Tokyo, per incontrare il premier giapponese Nakasone, in preparazione del vertice sulla Laguna.

Così, all'alba, mi presento all'aeroporto di Ciampino, sede del 31° Stormo dell'aeronautica militare, per la partenza. Mi indirizzano verso un aeroplanino minuscolo, un Gulfstream acquistato da Craxi, e penso con terrore a un viaggio con quel coso fino al Giappone. Lui, Fanfani, è già a bordo, con il suo sherpa, l'ambasciatore Renato Ruggiero. Con me, il mitico inviato dell'Ansa Pio Mastrobuoni e Paolo Guzzanti, per la Stampa. Partenza. Primo scalo tecnico Bucarest, dove in una colazione ufficiale Amintore assaggia per la prima volta nella vita i pomodori, non riconoscendoli. Ammette lui stesso la svista, ma non riesce a spiegarci il perché. Non ci svela se gli sono piaciuti o no. In compenso, dice con sussiego ai suoi ospiti romeni, che «tutte le strade conducono a Roma», una frase davvero lapidaria che cementa i rapporti fra i due Paesi.

Secondo scalo tecnico il porto fluviale di Kabarovsk, sul fiume Ussuri al confine tra Urss e Cina. C'erano stati scontri a fuoco russo-cinesi proprio su quella linea, e sulla pista dell'aeroporto sono schierate intere squadriglie di Mig con la stella rossa, che fanno paura. Fanfani, curioso, chiede di poter fare un giro in città, non previsto dal protocollo. Ruggiero, che parla il russo, gli procura un macchinone nero Volga con le pinne in coda, mentre noi seguiamo con uno scuolabus senza vetri. Amintore si meraviglia che per le strade si vedano solo russi bianchi e biondi, nel cuore dell'Asia. Si arriva a Tokyo, e senza un attimo di sosta Fanfani corre da Nakasone, poi parla coi tre giornalisti in ambasciata.

Il tempo di scrivere un pezzo, dettarlo a Milano, una notte in albergo, e si riparte per Roma. Paolo Guzzanti è stremato. Io sono a pezzi. Ruggiero boccheggia. Ma lui, l'arzillo vecchietto classe 1908, è in forma smagliante. Scherza, cita improbabili proverbi toscani, parla della decorazione «non da poco» che ha ricevuto dall'Imperatore, si guarda il film Full metal jacket e poi vuole discuterne con noi, che teniamo a stento gli occhi aperti. All'arrivo a Ciampino, domenica, Fanfani è un fiore, io vorrei un'ambulanza. In tre giorni siamo andati dall'altra parte del mondo e tornati.

L'indomani racconto tutto a Montanelli. Lui si diverte da morire: «Scrivi tutto, eh, mi raccomando», mi dice sornione. Da fiorentino non gli par vero di sfottere un aretino, che aveva già soprannominato «il rieccolo». Fanfani non gradisce, il portavoce di palazzo Chigi ce lo fa sapere: «Voi del Giornale dovete per forza prendere in giro tutti», si lamenta Ignazio Contu. Ma Montanelli la chiude così: «Fanfani se l'è presa a male? Venga a dirmelo di persona, che lo sistemo io!». E ride, fregandosi le mani.