I sondaggi dicono May Ma affluenza (e ragazzi) spostano gli equilibri

La «scelta del male minore» favorisce i Tories Il boom di nuovi iscritti fa sperare Corbyn

Il giorno che Theresa May aveva scelto per farsi incoronare è arrivato, ma il suo trono rischia di essere traballante. Alle 22, quando si sono chiusi i seggi in tutto il Regno Unito, la premier che aveva deciso di sciogliere anticipatamente il Parlamento per ottenere un chiaro mandato a gestire la Brexit non poteva certo dirsi sicura del risultato. Vincere avrebbe vinto, ragionevolmente, ma non come aveva sperato.

A preoccupare la premier uscente, già messa in difficoltà dai propri errori politici in tema di terrorismo e non solo, c'era la forte affluenza ma anche un dato di cui si è parlato poco: il boom delle iscrizioni dell'ultimo giorno alle liste elettorali, che ha visto protagonisti soprattutto i giovani. Nelle ultime ventiquattr'ore prima della chiusura degli elenchi sono stati 622.398 i cittadini che hanno inviato la propria richiesta di iscrizione utilizzando i sistemi digitali dell'Ufficio elettorale del governo. Un numero molto alto, superiore del 20 per cento rispetto al precedente record di 525mila che risaliva al referendum sulla Brexit di un anno fa. Come tutti i sondaggi hanno rimarcato, il voto giovanile va in maggioranza al Labour di Jeremy Corbyn, che con il suo look ascetico e il suo massimalismo ottocentesco riesce a catalizzare il consenso di una generazione disorientata.

Corbyn, fedele al suo stile idealista e ben conoscendo il pubblico a cui chiede il voto, aveva chiuso mercoledì sera la sua campagna elettorale in un locale alla moda del quartiere londinese di Islington citando una poesia di Shelley in cui si invita a «levarsi come leoni dopo il torpore in numero invincibile» e a «far cadere le vostre catene a terra come rugiada». Roba da incantatori di serpenti, ma evidentemente c'è chi apprezza.

In attesa dei risultati veri, attesi per l'alba, nel Regno Unito ci si è aggrappati fino all'ultimo ai sondaggi. Questa voce presunta dell'elettorato aveva espresso a lungo pronostici contraddittorii, ma nell'ultima giornata prima del voto è sembrata orientarsi su numeri abbastanza confortanti per la May: la premier conservatrice potrebbe contare su un vantaggio di 7/8 punti su Corbyn (42-44% contro 35-36), mentre la conferma della maggioranza in Parlamento resta probabile ma non garantita. Va però detto che queste rilevazioni si basano su campioni numericamente esigui (circa 1300 persone nel caso dell'ultimo sondaggio di YouGov) e che gli spostamenti provocati dagli elettori dell'ultimo momento potrebbero causare sorprese.

L'annunciato recupero in extremis della premier uscente non sembra motivato tanto dalle sue promesse di usare tardivamente il pugno duro contro terroristi conclamati e potenziali, quanto da una sorta di scelta del male minore da parte di un elettorato razionale che teme fondatamente le mosse del leader più a sinistra espresso dai laburisti da decenni a questa parte. Corbyn può insomma emozionare i più giovani un po' come fece Bernie Sanders alle presidenziali americane, ma non riesce a convincere i più navigati ad abbandonare la via vecchia - per quanto lastricata di delusioni - per la nuova.

Sembra inoltre annunciata, a proposito di delusioni, l'ennesima occasione mancata da parte degli eterni terzi del partito liberaldemocratico, che in queste elezioni si sono proposti come gli alfieri dell'europeismo affondato dal referendum sulla Brexit. Il leader lib-dem Tim Farron manca di carisma e non sembra in grado di portare il suo partito oltre un dignitoso recupero rispetto al tracollo di due anni fa. Attende invece con le dita incrociate Nicola Sturgeon, leader dei nazionalisti scozzesi: se Corbyn arrivasse secondo ma con un buon risultato, potrebbe mettergli a disposizione la sua quarantina di seggi a Westminster per formare un inedito governo bicolore.