Così Lucio Battisti annegò i cliché degli anni Sessanta

E invece no. Di solito i tormentoni sono passerelle di slogan divertenti, sensuali o surreali e, per carità, di riflessioni profonde neppure l'ombra perché d'estate si cerca Despacito mica La locomotiva di Guccini. Ma Battisti è Battisti e Mogol lo conosciamo tutti. Maestri.

Acqua azzurra acqua chiara è stato forse il primo clamoroso successo estivo ad avere un pensiero profondo. E ad andare controcorrente. Tanto per capirci, è uscito 50 anni fa esatti, a marzo del 1969, e nessuno avrebbe previsto che sarebbe arrivato terzo al Cantagiro e addirittura primo al Festivalbar con la bellezza (allora) di quasi 344mila preferenze, staccando i Camaleonti di 50mila voti. In pratica, il vero successo di un'estate nella quale le monetine dei juke-box innescavano brani di pronta presa come Lisa dagli occhi blu di Mario Tessuto o esibizioni di furore polmonare come Rose rosse di Massimo Ranieri. Lucio Battisti, che si era appena esibito per la prima e ultima volta al Festival di Sanremo con Un'avventura di fianco alla leggenda Wilson Pickett, era il contrario. La voce scontentava sia gli amanti del belcanto alla Claudio Villa sia chi cercava i toni beat più liquidi e inglesofili. Dopo la sua esibizione all'Ariston, Natalia Aspesi, che allora scriveva sul Giorno, si riferì senza giri di parole a «chiodi che gli stridono in gola» e il grande Paolo Panelli lo paragonò a Pierino Porcospino per la sua zazzera nerissima e tonda come un corista della Motown. Insomma, non era un sex symbol, non era un barricadero, non faceva il piacione, anzi.

Come sempre accade, il pubblico sa riconoscere. «Ogni notte ritornar, per cercarla in qualche bar, domandare Ciao, che fai?, e poi uscire insieme a lei. Ma da quando ci sei tu, tutto questo non c'è più».

Jim Morrison dei Doors era stato arrestato venti giorni prima per (supposti) atti osceni in luogo pubblico. A Woodstock proprio in quei giorni estivi si celebrava (anche) il sesso libero e Acqua Azzurra acqua chiara celebrava la svolta di un uomo libertino che passava la vita cercando l'amore di notte nei bar, l'amore libero, disimpegnato e che finalmente aveva trovato l'amore.

L'acqua azzurra e chiara, usata come anafora dall'inarrivabile Mogol, non è soltanto un'immagine religiosa perché «con le mani posso finalmente bere» richiama direttamente una conversione o, quantomeno, un drastico cambiamento di valori. Ma si contrappone, soprattutto, alla torbidità sessuale che faceva scalpore in quel periodo. E versi come «nei tuoi occhi innocenti posso ancora ritrovare il profumo di un amore puro» non sono soltanto l'entusiasta dichiarazione d'amore nell'euforia dei primi giorni infuocati. Sono piuttosto i caposaldi di un convinzione etica che Battisti ha rispettato nella propria vita e che in quel momento era fortissima nella maggioranza silenziosa, quella ignorata dai giornali, quella che non scendeva in piazza, che non manifestava contro l'idea stantìa di famiglia. Tu chiamali, se vuoi, tormentoni.

Neanche Battisti e Mogol si immaginavano un tale successo, e difatti loro avrebbero preferito presentare come singolo il lato B di quel 45 giri, ossia Dieci ragazze, molto più in linea anche con il sentimento diffuso che sembrava dominante tra i giovani. Fu Renzo Arbore, prima di ospitare Battisti nel suo Speciale per voi, a consigliare di puntare su Acqua azzurra, acqua chiara, perché la musica e il testo erano controcorrente eppure sorprendenti e piacevoli. Delle parole, si sa: tutti le abbiamo canticchiate almeno una volta e il titolo della canzone è entrato pure nel linguaggio giornalistico al punto che articoli su sorgenti di montagna o su fonti inquinate, tac!, da mezzo secolo citano immancabilmente l'acqua azzurra e chiara del tormentone meno tormentone di sempre. Come accadde pochi mesi dopo al Festival di Sanremo con Chi non lavora non fa l'amore di Adriano Celentano, il sentimento popolare aveva adottato slogan in controtendenza rispetto a quello che oggi si definirebbe il «claim» del periodo.

Battisti e Mogol avevano scritto le parole e la musica di Acqua azzurra nella villa di Torre Squillace sulla costiera salentina che Mogol frequentava in quel periodo. Era il luogo giusto dove mettersi tra parentesi mentre il mondo ribolliva e cambiava con una velocità allora imprevedibile (oggi sembra lenta, ma è un'altra storia). Il 1969 non è soltanto l'anno in cui l'uomo sbarca due volte sulla Luna perché il 19 novembre Charles Conrad diventa il terzo essere vivente a passeggiare sul satellite. È anche l'anno di Gianni Rivera che vince il Pallone d'oro e di Mariano Rumor che giura ad agosto per il suo nuovo governo, ovviamente balneare. Mezzo secolo dopo, ci sono ancora gli stessi tormenti governativi ma i tormentoni hanno senza dubbio minor impatto sociale. Il tempo cambia, gli uomini no. Forse Acqua azzurra acqua chiara è stato il primo passo per creare la leggenda di Lucio Battisti come uomo di destra, leggenda che negli anni Settanta e Ottanta ha realmente polarizzato la musica italiana. In quell'epoca, il non prendere posizione equivaleva a schierarsi dall'altra parte, ossia a destra. E Lucio Battisti con Mogol ha sempre sublimato le storie personali, il sentimento intimo di chi attraversa dolori, crisi, gioie, tenendosi rigorosamente distante dalla politica persino in un anno come il 1969 nel quale, ad esempio, Samuel Beckett vinceva il Premio Nobel per la Letteratura e le cronache parlavano della battaglia di Hamburger Hill in Vietnam, con i corpi dei marines accatastati a più strati come il tipico panino americano.

Lucio Battisti, impacciatissimo quando appariva sullo schermo in bianco e nero, era il controcanto. Mogol racconta che «lui se ne stava in pigiama ad ascoltare dischi per otto ore al giorno». E difatti in Acqua Azzurra c'è il sofisticato «call and response» tipico del rhythm'n'blues, il dialogo tra voce e sezione fiati che allora ben pochi conoscevano qui da noi. Non a caso, Franz Di Cioccio della Pfm, che ha suonato la batteria, ha definito Acqua azzurra acqua chiara «un brano della madonna». Ma non solo. È stata la consacrazione al grande pubblico del talento più puro, selvaggio e sfortunato della nostra canzone d'autore, uno dei pochi che tra un secolo sembrerà ancora attuale.