Imam tunisino di Como espulso dall'Italia: faceva propaganda Isis

Viveva in una casa popolare e in apparenza era ben integrato: ma reclutava combattenti

Paola Fucilieri

Milano Era riuscito a integrarsi bene in Italia, quasi quasi diventava «uno di noi» e, forse, lasciando che si applicasse ulteriormente, ce l'avrebbe anche fatta. Del resto Belgacem Ben Mohamed Belhadj, 49 anni, tunisino e padre di due bambini, residente in una casa popolare a Lurago d'Erba, a 12 chilometri da Como, può essere considerato una «mente» dell'Isis, un pezzo grosso. Dotato di notevole arguzia e di uno spessore intellettuale di tutto rispetto, in contatto con il noto siriano Chaddad Tamer (considerato un importante terminale per il reclutamento di combattenti dall'Italia alla Siria) Belhadj venerdì scorso è stato portato dalla Digos di Como allo scalo di Malpensa e fatto salire sul primo volo per Tunisi per essere espulso dall'Italia per ragioni di sicurezza nazionale, per ordine del ministero dell'Interno: pur non essendo accusato di terrorismo internazionale, infatti il nordafricano viene considerato dai nostri investigatori dell' Antiterrorismo, un soggetto piuttosto pericoloso, come dimostrano le indagini sui suoi spostamenti e sulle sue frequentazioni.

Perchè? L'uomo, che viveva da oltre vent'anni in Italia, era uno dei vicedirettori del centro islamico di via Pino, nella frazione comasca di Camerlata. Si tratta di una ex moschea, poi chiusa, perché coinvolta in un'inchiesta sul terrorismo del 2004; una zona considerata però tuttora piena di «fertili» intelligenze pronte ad apprendere la verità jihadista.

Ed era proprio lì, o poco lontano da quell'area lariana, che il tunisino diffondeva il verbo dell'Isis; tra menti deboli di fanatici, giovani e non, pronti a un suo cenno a partire per la Siria come combattenti. Insomma, reclutava combattenti e, sotto questo aspetto, era diventato una vera figura di riferimento nell'area comasca per chi avesse voluto intraprendere il percorso per essere a tutti gli effetti un soldato del Califfato.

Secondo l'Antiterrorismo, infatti, Belhadj aveva ottimi rapporti con soggetti, stanziali in Svizzera, anch'essi coinvolti in attività terroristiche d'instradamento.

Anche lui, come tutte le «menti» dell'Isis - era stanziale. A Como il 49enne aveva anche aperto due attività commerciali, entrambe, però, già chiuse da tempo.

Gli investigatori da un pezzo sorvegliavano attentamente prima le sue società e quindi sui suoi interventi nel centro islamico di via Pino, i suoi movimenti e le sue frequentazioni. E in particolare la sua piuttosto recente vicinanza con gli ambienti estremisti milanesi.

Un'amicizia, questa, che ha suscitato comprensibilmente una certa apprensione nei nostri 007. In particolare quando la moglie di Belhadj alcuni giorni fa, era tornata «ufficialmente per le vacanze natalizie», in Tunisia. E perché mai il marito non avrebbe potuto volerla raggiungere con i figli.....

Commenti

buri

Lun, 19/12/2016 - 23:32

ogni tanto una buona notizia, che sia l'inizio di una pulizia generale visto che quel tunisino non è l'unico islamico a fare propaganda per i tagligola